Luca Buonaguidi (Pistoia – Italia)

Ho parlato alle parole

 

 

Luca Buonaguidi e la poesia.

Brevi cenni biografici

 
Luca Buonaguidi (Pistoia, 1987) ha pubblicato I giorni del vino e delle rose (2010, Fermenti), Ho parlato alle parole (2014, Oèdipus) e un suo racconto compare ne La sagra è vicina (2013, Beltempo). Suoi testi o commenti ad essi si leggono su varie riviste di letteratura e poesia e raccoglie le sue scritture eterogenee nel suo blog http://www.carusopascoski.com. Scrive/ha scritto di cultura e società nelle sue varie forme per Altracittà, Cani Bastardi, CineFatti, Comunità Provvisorie, i.OVO, Il Tirreno, Impatto Sonoro, KonSequenz, Mola Mola, Stordisco ed altre. Premiato ad alcuni concorsi di poesia nazionali, suoi reading vengono ospitati in tutta Italia e vengono sonorizzati/accompagnati da musicisti come Elias Nardi, Trucupas, Jacopo Salvatori, Chris Yan, Collective Nimel e due suoi diversi testi faranno parte dei prossimi dischi di Girolamo De Simone e i Masie. In corso d’opera si segnalano in particolare un saggio di psicologia del linguaggio poetico dal titolo Poesia e Psiche – L’enigma, la storia e l’incontro del mondo poetico con la psicologia che annovera vari interventi esterni d’autore; la biografia immaginale della storica band
Franti col collettivo di scrittura Cani Bastardi; la biografia del cantante (ex Diaframma) e artista Miro Sassolini; l’opera multimediale Alphabet Series/Salvezza che cade col pittore belga Pol Bonduelle; un poema di cui custodisce gelosamente i contenuti e un nuovo libro di poesia. Laureato in Psicologia Clinica, già tutor per studenti disabili e operatore presso una comunità terapeutica, conduce seminari esperenziali sul carattere antropologico, espressivo e terapeutico della poesia e progetti di scrittura creativa con utenza caratterizzata da disabilità cognitiva e motoria. Vive oggi in un paese di una decina di anime sull’Appennino tosco-emiliano per riscoprire l’importanza di essere piccoli.
 

 

Quando e come si è avvicinato alla poesia?
Non so di preciso
dire come avvenne prontamente
scattò qualcosa nella mente
il sapore delle prime sconfitte
sentite nette sulla pelle,
l’impossibilità pratica di costruirsi
una identità paesana basata
su una costosa apparenza
fatta di vestiti sempre nuovi
che non potevo permettermi.
Fu una fortuna
doversi inventare qualcos’altro
per piacere alle ragazze
forse successe qualcosa dopo
il primo album dei Led Zeppelin
non saprei meglio precisare
senz’altro la scoperta della musica,
di Bukowski e della poesia
attraverso un amico delle elementari
che non vedevo da 6 anni,
Daniele.

Sembravamo cresciuti insieme
ma lui suonava, scriveva,
io ascoltavo, da poco leggevo,
gli chiesi “perché scrivi?”
e mi rispose solo “perché mi fa star bene”
ed io già pronto a intellettualizzare
caddi a terra imbalsamato
nella risacca di una intenzione
che poi avrei sfogato sul mio divano
di lì a poco, fissando un muro
chiedendo una chitarra a mio padre
con cui in quel periodo facevo a testate.
fece bene a dirmi no, a farmi incazzare,
sentir ribelle, dar voce alla pelle.

Fissando un muro
il titolo della mia prima poesia
dopo quell’ennesimo litigio
che non so ritrovare:
finì accartocciata nel cassetto
in cui nascondevo
gli accessori d’adolescente
che un genitore non deve scoprire,
destino comune ad altre poesie
scritte negli anni, fissando cose
che una volta scritte
smettevano di esistere
per come avevo sempre creduto
e diventavano motori della notte
che già tiravo per le lunghe
nello studio con le note
e le mie beghe d’adolescente.

Aveva ragione Daniele.

(da un poema inedito)
 

 

Cos’è la poesia per lei?
La poesia
mi ha salvato la vita
e in quella estrema salvezza
il verso si è fatto carezza
poi turbine d’assenza
ora ragionevolezza d’estinta.

Poesia
è violenza-carezza-destrezza
del polso inchiostro
sul patibolo biancastro,
bestemmia d’un nuovo senso
che non aspetta l’evoluzione.

Demone-Dio,
poesia è ciò
che non sono io
e se pensata è già svanita
perché non si può parlare
di Dio con Dio.

Poesia
è un’erezione dell’anima,
animalità d’umano,
feroce distruzione d’ogni ismo
e una ferita d’eterno
nella sordità del cielo feto.

La poesia
nasce sconfitta
le interessa la salita
non per dominare la vetta
ma per sentirsi sopraffatta
dalla cara visione intatta.

Poesia è testimonianza
della parola primordiale
e del silenzio
e del canto dentro il silenzio,
di ciò che io non so dire
ed eppure attendo.

(da Ho parlato alle parole, Oèdipus, 2014)

http://carusopascoski.com

 

 

LA MIA CASA NON ESISTE

 

La mia casa non esiste;
forse altrove.
La mia debole speranza
mi rende viandante:
la selva oscura dantesca,
i crimini dei romanzi russi,
le filosofie orientali,
un tappetto da stendere
per collegare
gli emisferi celebrali.
La mia casa
è altrove,
è una terra di nessuno,
un viaggio lontano
oscuro nel tuo battito
d’occhi blu cobalto.

(da I giorni del vino e delle rose, Fermenti, 2010)

***

 

 

POSSO ABITUARMI A MORIRE?

Gli sguardi
riversi sull’asfalto,
le mani in tasca
per vent’anni
varcando i sorrisi
e i turbati visi.

Turbinio statico
di calca di colpa,
di vizio di vita,
di nebbia di notte
a colpi di tosse
strozzati dal vento;
quei segreti maestri
dai passi felpati
sotto pioppi di seta.

Il domani
mi pare ancora
un nuovo nato
che sorge senza morte,
un chiaroscuro di nuvole
che limpide soffiano
il cielo,
la domanda cosmica
che siede in una stanza.

Porto il lutto
della morte di Dio,
emorragia luminosa
che squarcia la foglia
nell’orfana fibra
che vibra di vita.
Porto il lutto
nato in un giorno
di quiete sconvolto
da troppa pioggia,
epica stanca
che versifica gesti.

Respiro sabbia amara
e non so fare la guerra,
diserto la diaspora
d’un mondo
che s’incrina e si muove
senz’amore,
sono furioso
lontano dal mare
e sono inutile così
che scoppio d’amore
tra i sogni piombati
dal suolo di dolore.

Scrivo adesso
come stessi davvero per morire
e non muoio,
mi capita ogni sera
e poi mi addormento
e poi mi sveglio.

Posso abituarmi a morire?

Avevo cinque anni,
credevo d’impazzire
chiedendomi perché
in un inno di silenzio,
poi ho gridato
e ho scoperto
d’essere vivo
e ora scrivo
con l’alimento
del vino,
ho imparato
a vivere a singhiozzi.

Amo senza amore
quest’obliato istante
ma non sono mai stato
così attaccato alla vita
ora che credo
alla saggezza
della luce
colato nella pietra
come fossi un santo.

E tu dammi una musica
con cui rompere
tutto questo
e dammi una nuvola
su cui vivere sospeso,
baciami adesso
in questo baratro di senso,
tocca questa febbre
illusione d’un verso.

(da Ho parlato alle parole, Oèdipus, 2014)

***
 

 

MUORE INVERO

Muore invero
ogni istante, questo tempo
che è unica certezza
nel sole che brucia le ere
del cammino che muovo
e in amore sospendo,
quando il fantasma della parola
si fa foce di suono
e il silenzio, se torna,
si fa ombra, dopo.

In questa pioggia
senza macchia
trovo la mia sete.
Sono un albero da frutto
e ignoro il nome
del giardino che mi cinge.
Nel cammino sboccio in fiore:
tu mi hai colto
sono nel tuo palmo
e altrove.

(da India – complice il silenzio, Italic Pequod, in uscita)

***
 

 

IL MANTO CHE FOSTI

Il manto che fosti
mondo, che ci apristi
ed era promessa.

La siepe tradita
che chiedeva carezza
e restò muta e fitta.

Il cancello che dorme
il cancello che resta
aperto mentre si chiude la vita

(da Alphabet Series/Salvezza che cade, inedito)

***

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Chissà come sarà lasciare
il tempo, il mare, i libri
come sarà riempito
questo spazio eretto
in perenne caduta
se sarà concime caduco
o nuvola d’altre sfere,
forma imprevista
che prevede ogni vita.

La bava di vento che ora spira
è un solfeggio primordiale,
m’ispira cose mai nate.

Questa fine da ricevere
come ogni silenzio
e che dal silenzio torna.

La quarta di copertina
di un libro letto e riletto
mi guarda appoggiata
sul tavolo dirimpetto, lascerò
anche voi mie parole consuete
dissuase dalle mie mani
anche voi sarete consegnate
perché mie, invero,
non siete mai state.

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