Figlio / SILVIA PIO

Il-figlio

     Figlio

 

SILVIA PIO

 

Un tempo in questa città viveva un uomo con tre figli e una moglie che andava avanti e indietro dalla casa di cura. Lui stava sulla barca tutto il giorno e a sera la figlia grande lo aspettava davanti alla soglia con quelli piccoli in braccio: il fuoco si era spento ed avevano tutti lo stomaco lungo per la fame.
La notte silenziava la casa, i figli dormivano, solo la più grande stava inquieta. La moglie, se non era al manicomio, camminava sul tetto e si trastullava a far cadere sassolini nella grondaia.
La sinfonia stonata della casa lo riportava dentro se stesso, a cercare un’altra dimora dove avrebbe potuto sentirsi meno solo. Quando la pipa si spegneva andava a letto sapendo che mancavano poche ore al risveglio.
All’alba usciva con la barca, traghettava i visitatori dalla terraferma all’isola e aspettava che calasse il buio per considerare finita la giornata di lavoro.
Così, notte dopo notte, giorno dopo giorno.

– Papà, sono incinta.
E adesso cambia tutto.
Subito il più piccolo:
– Cosa vuol dire incinta?
Il padre si siede sulla veranda e accende la pipa:
– Porta a dormire i bambini e torna qui.
È questione di poco perché i piccoli sono abituati a mettersi a letto da soli. La ragazza esce, gli occhi persi in direzione del lago.
– Sei sicura?
– Credo di sapere come funzionano le donne ormai.
– Di quanti mesi?
– Troppi per sbarazzarsene.
L’uomo è di mente veloce:
– Diremo agli altri che è loro fratello.
– Io non lo voglio in casa, non voglio niente di suo padre. Aveva detto che mi avrebbe sposata e poi ha sposato un’altra. E non chiedermi di più.
– Fammi studiare fino a domani.
La ragazza sale nella camera da letto che divide con gli altri figli. L’uomo si prepara a passare una notte sotto le stelle, di dormire non se ne parla. I sassolini fanno rumore di pioggia.
La mattina lui chiede ad un vicino se vuole guadagnarsi una giornata di lavoro e gli lascia la barca, poi si mette in un’ansa nascosta a guardare l’acqua. Spera che la donna passi di lì.
Si dice che nei giorni di sereno si possa vedere il fondo del lago. Giù nel recesso più buio c’è una barca incrostata. Si dice che fosse di un barcaiolo, appesantito di così tanti pensieri che l’aveva fatta affondare. Affondando pure lui insieme alla barca.

La donna l’ha visto e si avvicina con piedi silenziosi, lui sobbalza quando l’ombra si profila sull’acqua, quasi a coprire il miraggio dell’imbarcazione sommersa.
– Non sei al lavoro.
– Neppure tu, una donna a quest’ora dovrebbe essere al mercato a vendere o comprare.
– Non tutte le donne comprano o vendono.
– Lo so bene.
Si abbassa quasi per tuffarsi e a lui viene d’istinto il gesto tenero di sostenerla. Lei sorride e si siede accanto.
– La tua figlia più grande non sta bene, è un po’ che la vedo vomitare.
– È incinta.
– Allora qualcosa capisci delle donne.
– Questo non lo so, è stata lei a dirmi che lo era.
– Vuoi un suggerimento da vicina di casa?
– Una volta eri qualcosa di più.
– Una volta.
– Che suggerimento?
– È troppo tardi per sbarazzarsene…
– Anche questo so.
– Allora falla venire a vivere da me ed io a suo tempo vi libererò del bambino.

La ragazza, con la scusa di dare una mano, si trasferisce nella casa della vicina per tenere nascosta la pancia alla gente. La madre non si accorge della sua mancanza, i fratelli vanno a trovarla quando vogliono, il padre spia ogni suo muoversi dalla veranda, fumando la pipa.
Nei mesi seguenti s’inizia a interessare ai lavori domestici; pulisce l’intera casa, bada alle galline, ai conigli e alla capra, dall’alba al tramonto e poi crolla a dormire sul pagliericcio di foglie che la donna le ha sistemato in un angolo della cucina. Prepara cibo e bucato anche per la sua famiglia, ma sono i bambini che fanno la spola tra le due case.
La ragazza non si affeziona a quanto la sta ingrossando, sembra neppure pensarci. Se non c’è da fare, se lo inventa e non è mai stanca. La donna, ormai sgravata da tutti i lavori di casa, la osserva: assomiglia alla madre, senza però quel lampo folle negli occhi. Ma negli occhi non ha neppure la compassione del padre né la capacità di afferrare anche senza parole né la malinconia di non riuscire a trovare un po’ di bene. Appena si libererà del fardello cercherà un altro uomo che se la prenda. Arriveranno altri figli e ci baderà come adesso bada agli animali.
Diventata con i mesi ingombrante, la ragazza si ritira sotto il portico del retro dove nessuno la vede, a fare conserve e marmellate con i prodotti dell’orto. Un giorno si rende conto che manca poco e parla alla donna.
– Vorrei sapere cosa succede, ma tu che ne capisci? Non sei sposata…
– È vero che non sono sposata, ma ho avuto un figlio.
– Un figlio… e adesso dov’è?
– È vissuto solo due giorni.
– Sei stata fortunata.
– Non la pensavo allo stesso modo. Siedi che ti spiego cosa succede.

Succede che il parto è una faccenda veloce. La ragazza è forte e sembra sapere per istinto cosa fare. Si rialza dal pagliericcio e riprende il suo posto nella casa famigliare prima di vedere il bambino.
Il padre va a conoscere il nipote che non potrà mai chiamare tale. La donna lo tiene in braccio, vestito degli abitini che erano stati cuciti per l’altro, anni prima. La gente penserà che la sprovveduta c’è cascata di nuovo.
– Come lo vogliamo chiamare?
– Come l’altro, come nostro figlio.

 

Illustrazione di Franco Blandino

Il confine dei ricordi / MARGHERITA PASTORINI

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Il confine dei ricordi

MARGHERITA PASTORINI

La cometa brillava grandissima nel cielo e a Margherita non faceva più paura. La prima sera in cui era apparsa ai suoi occhi di bambina, mentre ancora si stava attardando a chiudere la stalla, nel borgo così silenzioso e infreddolito dal primo gelo autunnale, si era spaventata ed aveva temuto che una catastrofe incombesse sul suo mondo. Adesso l’ammirava, con la sua lunga coda rivolta verso est, e nonostante le dicerie di paese la giudicava bellissima, un fenomeno stupefacente al quale aveva avuto il privilegio di assistere, un segnale per il suo cuore. Certamente una cometa non poteva essere un evento nefasto, se appena diciannove secoli prima proprio essa aveva annunciato la nascita di Gesù. Margherita si lavò le mani alla fontana di pietra e quindi rientrò in casa, dove iniziò ad aiutare per la cena. Lei era l’ultima di nove fratelli e la famiglia, che era povera ma non misera, aveva bisogno del lavoro di ognuno. Di mattino la bambina frequentava la quinta elementare a Susa, nel pomeriggio, dopo aver portato il pranzo alla sorella in fabbrica, badava al pascolo delle capre, puliva il pollaio e cercava le uova, aiutava a cogliere frutta e verdura, quand’era stagione, e ogni tanto riusciva a ricavare qualche ritaglio di tempo per lo studio o per il gioco.

Niente a che vedere con i giochi d’oggi, Margherita non aveva giocattoli nel senso proprio del termine. Lei e gli altri bambini si divertivano a salire sugli alberi, a rubare qualche frutto ai vicini, a scalare le paretine di roccia, per approdare su lunghi pianori rocciosi, onde di pietra modellate dai ghiacciai quaternari, oppure giocavano a fare costruzioni d’argilla e praticavano una specie di baseball con ciocchi di legno e bastoni. Non credo che possedessero una palla, sicuramente non avevano biciclette. Alle volte scendevano al torrente e facevano rimbalzare i sassi più piatti sulla superficie dell’acqua. In autunno c’erano i funghi da cercare, castagne e noci da raccogliere, mondare e conservare. Margherita si diceva che avesse l’argento vivo addosso, che avrebbe ballato in cima ad un comignolo.

 Quando percorro, nelle mie passeggiate solitarie, le stradine di montagna, e attraverso le borgate ormai completamente disabitate, dove spesso le case, alle quali non è più stata fatta alcuna manutenzione, sono quasi crollate, e i prati che un tempo erano pascoli curati adesso sono radure incolte provo sovente ad immaginare come dovevano essere diversi questi luoghi solo pochi decenni prima, con i bambini che scorrazzavano a perdifiato tra le case adesso in rovina, e i camini da cui usciva il fumo aromatico della legna, e l’odore delle stalle e del latte fresco di mungitura. Nei giorni della mia infanzia le donne della casa, donne d’ogni età, nei pomeriggi d’estate, sedevano insieme nel cortile davanti a casa, lavorando: rammendavano i vestiti o mondavano le verdure, parlavano, parlavano, raramente stavano in silenzio, spesso litigavano.

Non era divertente stare in questa compagnia, per me bambina, ma era rassicurante. Ora penso a questi momenti con gratitudine, i frammenti di vite passate che sono arrivati fino a me li considero un regalo. Ascoltavo i pettegolezzi come fossero favole, seguivo i discorsi dei grandi e anche i miei pensieri, ogni tanto svolgevo qualche commissione, ma combinavo poco, non dimostravo alcun talento per i lavori femminili, l’unica cosa che adoravo  era lavare i panni alla vasca in pietra, a mano, con il sapone di Marsiglia.

Mi ricordo di quando aiutavo a raccogliere il mais e le patate, alla gioia che si provava a ripulire dalle brattee o dalla terra quei piccoli tesori saporiti, che magicamente si trasformavano nelle nostre mani: giallo intenso e arancione le pannocchie dentro alle foglie ormai secche e ingiallite, tondi, umidi e bitorzoluti i tuberi ripuliti. Di pomeriggio qualche volta si andava nei boschi e mia mamma confezionava con le foglie di castagno cucite con  frammenti di steli secchi di graminacee, usati come aghi, cinture, bandoliere e copricapo da guerrieri sioux, preziosi e fragili. Era una festa, allora, fare merenda con pane e marmellata e poi correre tra gli alberi e lanciarsi in ardite arrampicate sui frassini e sui noci più bassi, ci macchiavamo le mani con il mallo e poi rompevamo i gusci con le pietre, e gustavamo i frutti ancora umidi e verdi, con la pellicina che era facile staccare dal seme. Eppure faccio fatica a rappresentarmi una vita tanto diversa dalla mia d’oggi, un’esistenza senza orologio e cellulare, con poca acqua calda e la corrente elettrica misurata, la luce sempre fioca, quando per telefonare si andava al posto pubblico e la televisione, ancora giovane, era quasi sempre spenta. Nonostante la forza e il senso di pace connesso a questi ricordi  mi è quasi impossibile ritornare con la memoria ai pomeriggi trascorsi a giocare a carte, o a guardare il temporale seduti sui gradini di pietra, all’ingresso di casa, e a tutte le serate  passate sotto la pergola di uva americana a scambiarsi parole e opinioni, a cercare di scoprire, gioco appassionante e un po’ trasgressivo, i pensieri ed i sentimenti dell’altro, la sua visione del mondo, il suo credo e le passioni profonde.

Mi chiedo come potrebbe vivere nel mio presente tanto frettoloso e tecnologico la piccola e vivace Margherita dagli occhi blu come il cielo, mia nonna.

L’incredibile storia del profeta Mansur / FRANCESCO PICCO

L’incredibile storia del profeta Mansur

 

 

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Ottava puntata – Le ali del monaco

 

 

FRANCESCO PICCO

 

 

La grande sala affrescata non era più luminosa come prima. Improvvisa su Solovetsk era scesa la sera. La stanca sera nordica, polare, striata di rosso. Le alte finestre semichiuse però setacciavano quel colore rosso, trattenendolo; e lasciavano passare solo le ombre. Le ombre, non il colore bello, sono l’unica cosa dovuta ai monaci – quando scende la sera a Solovetsk. E ai monaci non è consentita la vanità di guardarsi allo specchio. Se no, anche in quella penombra così ansiosa di diventare oscurità, Viktor ne avrebbe cercato uno. E avrebbe voluto vedersi dopo la metamorfosi: come un bruco diventato d’improvviso farfalla, che ancora non si capaciti di aver le ali e poter volare.

Era la prima metafora che gli era venuta in mente dopo il proprio cambio di abito. Ma non era tanto sicuro che fosse adatta. La vita da larva, o da bruco, era stata la vita di un giovane medico piemontese all’estero: scapolo, libero, aristocratico, con un valletto russo quasi amico costantemente al proprio servizio. La nuova vita – quella da farfalla – era appena iniziata con ben diversi contorni: da scapolo era diventato frate, da medico ancora frate, da piemontese si era finto armeno, ed era lui adesso al servizio di un altro.

Il vecchio frate infatti era diventato il suo padrone – se  un frate può essere considerato padrone di un confratello. Comunque la finzione messa in atto con Sergej, nata come stratagemma, era diventata cosa stabile e lo sarebbe rimasta finché le acque non si fossero calmate: Viktor aveva solo finto di essere il servo di Sergej per incontrare il monaco, ma ora era davvero divenuto un servo, sia pure un servo ecclesiastico. Sarebbe stato l’assistente del vecchio monaco taumaturgo, che intanto gli aveva rivelato il proprio nome: padre Hovan.

«Questo è il mio nome armeno, quello con cui tutti mi chiamano qui dentro. È la traduzione di Giovanni. E sarà il nome con cui mi chiamerai anche tu quando scriverai il mio nome».

«Scriverò?».

«Scriverai, sì. In armeno, come ti insegnerò io. Perché tu sei muto, lo sai?».

«No, anche se credo di essere in un guaio che non capisco. Sergej dov’è?».

Il vecchio glielo spiegò. Sergej era morto, orrendamente sventrato dai sicari che lo avevano scambiato per il padrone. Se lui, Viktor, era vivo lo doveva solo ai suoi abiti stracciati da servo. Erano quelli che, pur lasciandolo mezzo nudo e privo di protezione, lo avevano in realtà protetto dalle lame del governo più di quanto avrebbe potuto fare una corazza di bronzo.

«E ora, se resterai vivo, lo dovrai a questi altri abiti. A questo vestito da frate. E al fatto di essere muto».

«Ma io sto parlando. E sto parlando piemontese: come voi, padre Hovan. E la cosa mi fa proprio gioia, anche se trovo tutto molto strano. E ho paura. Perché hanno ammazzato Viktor? Cosa c’entrano le lame del governo?».

Il vecchio scosse la testa. «Non hai abbastanza paura per stare zitto? No? Allora ricordati due regole: con me non parli mai russo, mai francese, mai toscano. L’armeno non lo sai e non lo puoi parlare. Non parli proprio. Parli piemontese quando siamo soli. In tutti gli altri casi stai zitto e sei muto. Hai capito?».

«Sì, ma adesso siamo soli e…».

«Non per molto» ribatté padre Hovan suonando il campanello che già una volta aveva posto fine alla loro conversazione. Viktor ammutolì davvero, sopraffatto dalla paura. Poi, nell’attesa, vide che gli occhi del vecchio monaco lo scrutavano con simpatia e, incurante dei rischi, sorrise. Il monaco sorrise a sua volta; e Viktor pensò che dopo tutto questo era anche meglio che parlar russo, francese, italiano. E perfino piemontese.

Dal diario di una femminista / EMILIA DEARGON

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Dal diario di una femminista

 

EMILIA DEARGON

 

 

Anche se mi chiamo Eva, non ho mai capito la storia della costola, che l’uomo si è inventato per consolarsi della sua impossibile maternità. Mi piace molto di più la faccenda della mela: almeno lì si riconoscono, come qualità tipicamente femminili, la sete di conoscenza, l’intraprendenza, la capacità di dialogo, di tener testa a dio e al diavolo, di pagarne le conseguenze senza mendicare l’impossibile… Eva è stata la prima femminista della storia.

Anch’io sono una femminista, una sessantottina: non sopporto che le donne non abbiano gli stessi diritti degli uomini, e gli uomini gli stessi doveri delle donne. Logicamente, ho cercato un uomo che la pensasse esattamente come me e insieme abbiamo costruito un rapporto di coppia davvero paritario, basato sul massimo rispetto reciproco, sorretto da stima e fiducia adulte nell’altro: niente dipendenza, niente gelosia, niente possessivismo… Ciascuno dei due ha i suoi spazi, la sua autonomia, la sua no man’s land: lui è dinamico, sportivo, estroverso; io sono più casalinga e contemplativa, amo passatempi più tranquilli, artistico-culturali, che lui non sopporta. Così abbiamo organizzato un preciso sistema di turni sia per la gestione del ménage domestico che per il tempo libero: tutto è rigorosamente programmato, prevedibile, senza scarti. Comunque, non avrei potuto trovare un compagno migliore, un padre migliore per i nostri figli: scherzando, gli dico sempre che ha un solo difetto: non chiamarsi Adamo.

Adamo (sempre che sia il suo vero nome) l’ho conosciuto sul web, qualche mese fa, grazie a una mailing list di poesia a cui entrambi siamo iscritti: ne è nato uno scambio intellettuale di altissimo livello. Perdonatemi l’immodestia del superlativo, ma quando due persone condividono interessi come la poesia, la storia, la filosofia e ne scrivono, le loro mail finiscono inevitabilmente col diventare dei saggi, e meriterebbero altroché di essere pubblicate. Sì, sono dei piccoli capolavori, le nostre mail, puro piacere intellettuale, gioco di due menti che si riconoscono diverse ma affini, un testa-a-testa oltremodo gratificante.

Non ci siamo mai incontrati di persona – ci siamo visti solo in foto. La sua – non certo ritoccata – è quella di un uomo decisamente vecchio, molto più di me: un’estesa calvizie appena spolverata di bianco, rughe come crepacci sulla fronte, sul collo. Nella foto, sono gli occhi a incatenare: acuti, profondi, penetranti di intelligenza – ma soprattutto, l’intelligenza trabocca dalle parole che usa nelle mail, e da come le usa.

All’inizio – dicevo – era tutto un fatto di testa, ma poi qualcosa è cambiato, la frequenza delle mail si è intensificata, gli argomenti si sono fatti più confidenziali e toccanti, le parole più ironiche e audaci: e mi sono sorpresa a pensare che Adamo si stava ‘impadronendo’ di Eva, si stava riappropriando della sua costola. Non solo avevo l’impressione che leggesse in me come in un libro aperto: mi sentivo come risucchiata, posseduta da lui, dalle sue interpretazioni, e non avevo la forza di oppormi, non sapevo né volevo resistere. Era come se fossi ipnotizzata, o drogata – ma com’è possibile, data la distanza e l’immaterialità dei nostri contatti? Come possono delle semplici parole, lette su un asettico video, avere tale e tanto potere? Alla mia età?

Eppure è così: per la prima volta in vita mia, sto vivendo una condizione di attaccamento fusionale, come quello madre-figlio, nel rapporto con un uomo – e non è detto che la madre sia io… Mi sembra di rivivere la mia primissima adolescenza, quando sognavo un amore esclusivo, geloso, possessivo, un Amore Romantico, un Amore Assoluto – mi sembra di aver trovato, finalmente, il mio Gemello – possessivo, geloso, esclusivista come me…

Trent’anni di femminismo buttati alle ortiche, dunque? Oh no, proprio no, non ho rimpianti: se avessi incontrato da giovane un seduttore come Adamo ne sarei stata totalmente distrutta, incenerita – ma io, da giovane, gli uomini maschilisti, narcisi, e per giunta molto più vecchi di me, non li consideravo nemmeno…

Il giorno dopo l’ Epifania / MARIKA MANGINI

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Il giorno dopo l’ Epifania

 

 

MARIKA MANGINI

 

 

Versa un caffè fumante, la tazza scheggiata, gli occhiali annebbiati dalla sigaretta. Sussurra, abbozza un sorriso che odora di pagine sparse su qualche scaffale lontano. Penombra, un tavolo antico, una poltrona arruffata. La voce sottile, sospira e sorride, esile giunco appoggiato ai vetri rigati di pioggia. La mano si appoggia sul legno e lascia un’ impronta.

-Parto- bisbiglia nel fumo della sigaretta. Il silenzio che segue scandisce una sentenza inappellabile, con la voce chiara e ferma di chi ha deciso e non torna indietro.

Ciò che contava, ora, era agguantare una valigia e salire sull’ultimo fischio del primo treno. Si alza lentamente e spegne le luci del salotto. Il cappotto le scivola addosso. La porta si schiude e lei scompare nella nebbia del mattino.

Le stazioni si assomigliano tutte,  diceva qualcuno. Quell’aria di ferro taglia le gambe e il sibilo delle porte sega i timpani in due. È l’odore dell’attesa, diceva qualcuno.

Sedili gelidi, respiri gelidi, bocche gelide.

Si va. Finalmente si scivola veloci con il sollievo ansimante di chi riesce a scappare, di chi è salvo per un pelo, perché al volo salta sulla nave che lo toglie alla stanchezza stantia di una città assopita. Si va e si va, sempre più veloci, sempre più lontano.

Eva, questo era il suo nome, si stringe nel cappotto accavallando le gambe, mentre il collo di lana le punge il mento fino a sfiorare il labbro screpolato dagli spifferi. Si toglie i guanti e il cappello, strofinando le mani arrossate dal grigio di quel freddo gennaio.

È seduta vicino alle porte di uscita, il biglietto stropicciato di sudore tra le mani. Mentre il fischio del treno segna la partenza, si accorge di non averlo obliterato. Eppure era stata molto tempo alla stazione, aveva passeggiato lungo i binari incrociato più volte passeggeri nell’atto di obliterare. Sospira, mentre di colpo si precipita verso l’uscita trascinandosi dietro la valigia. Ma le porte si sono già chiuse. Con le spalle abbassate, torna dal suo cappello e dai guanti abbandonati sul sedile.

Il treno percorre la campagna, in quel verde che va a confondersi nel cielo plumbeo, spazi dilatati in un tempo indefinito, come quello di quei quattro metri quadri buttati a gran velocità in una terra di nessuno. È il palcoscenico improvvisato di un film muto, in cui piccoli personaggi stanchi e senza voce abbozzano gesti e sguardi ora verso l’uno, ora verso l’altro, ora verso il niente.

Sulle guance un leggero soffio d’aria. Qualcosa si è mosso lento e improvviso. Aperti gli occhi, di fronte a lei un uomo e un giornale stropicciato. Dietro il giornale spuntano piccoli occhiali tondi e una fronte rugosa a malapena coperta da un cappello inclinato su un lato. L’uomo si accorge dello sguardo insistente di Eva, scosta il mento di un millimetro e simultaneamente, di un millimetro, si spostano gli occhi di Eva.

Cercando un altro dove su cui appoggiarsi, gli occhi di lei cadono sulla valigia di cuoio appoggiata al ginocchio di lui, da cui penzola una targhetta con incise le iniziali L.B.

Prova a non fissarlo. Ma ogni volta che, con finta distrazione, batte ciglio verso L.B., non riesce a staccarne lo sguardo.

I freni stridono sulle rotaie e, un attimo dopo, il treno rallenta. L.B piega il giornale e se lo infila in tasca, poi si alza e si avvia con passo lento verso le porte. Lei con lui. Le suole delle scarpe battono un ritmo deciso, che rompe il silenzio del vagone e i suoi quattro metri quadri.

Scendono dal treno uno dietro l’altro, ma ognuno per la sua strada. Il sole scalda le vie che conducono al porto. Basta seguire l’odore del mare per giungere al molo. Eva si toglie il cappotto, lo piega e lo spinge in valigia.

Se non fosse ancora troppo freddo, potrebbe togliere le scarpe e cavalcare a piedi nudi e leggeri il sentiero verso il molo, scalciando via i sassolini sul selciato. E mentre quei brividi di gennaio le trattengono i piedi nelle scarpe, un ciuffo ribelle sfugge alle forcine piantate sulle tempie e si abbandona voluttuoso al vento salino.

In un attimo è al molo e riconosce la sua barca. Si avvicina con la mano in tasca. Posa a terra la valigia e sistema i capelli per bene. In tasca aveva il biglietto di ritorno. Lo tira fuori. Poteva ancora correre verso la stazione e prendere il treno delle 6. E girandosi indietro, con le spalle ormai voltate al molo, nell’intento di muovere il primo passo pesante in direzione contraria al mare, un Grecale infuriato le alza le vesti e le libera i capelli, portandosi via il biglietto per seppellirlo in mare.

Eva si aggrappa alla ringhiera con un lungo passo e sale a bordo. Mentre si stacca dalla terraferma, toglie le scarpe e volge lo sguardo all’ indietro. Sulla banchina scorge il cappello di L.B. e la sua mano che saluta da lontano.

Nicola Pisu (Italia)

  Nicola Pisu e la musica.  http://www.margutte.com/?p=9680   Quando e come è nata la passione per la musica? Non c’è una data con la quale individuare la nascita della mia passione per la musica. Forse vale per tutte le passioni … Continue reading

Denis Emorine (Francia)

 

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Denis Emorine 

http://www.margutte.com/?p=9922
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Denis Emorine è nato nel 1956 vicino a Parigi. Ha studiato Lettere moderne alla Sorbona (Parigi IV).
È affezionato all’inglese perché sua madre insegnava questa lingua ed ha una lontana ascendenza russa da parte di padre. I suoi temi prediletti sono la ricerca dell’identità, il tema del doppio e del tempo che fugge. E’ affascinato dall’Europa dell’Est. Poeta, saggista, novelliere e drammaturgo, Emorine è tradotto in una dozzina di lingue. Il suo teatro è andato in scena in Francia, in Grecia, in Canada (Quebec) ed in Russia. Molti suoi libri sono tradotti e pubblicati in Grecia, in Romania, in India e negli Stati Uniti. Collabora regolarmente alla rivista di letteratura “Les Cahiers du Sens” (« I quaderni del Senso »). Dirige tre collane di poesia per le Editions du Cygne. Nel 2004, Emorine ha ricevuto il primo premio di poesia (francese) al Concorso Internazionale Féile Filiochta. L’Académie du Var gli ha conferito il « premio di poesia 2009 »

 

Quando e come ha iniziato a scrivere poesie?

 

Avevo una quindicina d’anni. Qualche anno più tardi, studente di Lettere alla Sorbona, ho abbozzato un primo manoscritto. Ero pazzo di letteratura. Volevo essere scrittore, dopo l’adolescenza..

 

Cos’è la poesia per lei?
È ciò che trapela da dentro senza la distanza della finzione, l’espressione dell’intimità dell’essere. .
(Traduzione a cura di Gemma Francone e Franco Blandino)

http://denis.emorine.free.fr

 

 

 

Quattro poesie inedite estratte da Psaumes du mensonge (Salmi della menzogna )

 

I.

Ogni notte
Un fantasma bussa alla mia porta
Viene dall’Est
Lo so
Porta lo stesso mio nome
Денис Еморин
E stranamente mi assomiglia
Come un falso fratello.
Quando si avvicina al mio letto
Fingo di essere profondamente addormentato
Ma lui sente il mio cuore battere
Con furia
Io lo so
Dietro di lui
Si distingue un campo di prigionia

Ogni notte
I reticolati mi imprigionano
Tagliano profondamente la mia fronte e le mie mani
Vorrei scacciare questo importuno
Ucciderlo forse
Ma sarebbe troppo facile

Di primo mattino
Quando mi sveglio la testa mi brucia
E le lenzuola sono rosse

 

***

 

 

II.

 

Talvolta
Qualcuno mi parla dell’aldilà
Di una voce che non sento
Una voce dal trapasso

Eppure
Il mio passo è più pesante
Senza ch’io sappia perché
Senza dubbio mi fa male scriverlo

Talvolta
Io dubito delle parole
Che incido sulle strade che prendo
Dentro di me

Talvolta…

 

**

 

 

III.

 

Guarda
La notte è scesa sul mondo
Gli assassini sono sempre vittoriosi
Non osiamo sparare
Per paura di uccidere gli innocenti
Il cui cuore palpita verso di noi
Eppure
Le nostre mani accarezzano le armi con amore
Basterebbe poco
Per farle parlare in nostro nome
Stringendole contro di noi tanto più
Oggi
Il mio cuore sanguina
Ho la bocca insanguinata
Piena di nomi sconosciuti
Dal suono strano
Qua e là
Mi si tira per la manica
Ed io mi svincolo bruscamente
Mi si apostrofa in tutte le lingue del mondo
Ma non ne riconosco nessuna

Le stelle scintillano sempre per niente
A forza di soffiarvi sopra
Finiremo per spegnerle
E la notte scenderà definitivamente sul mondo

 

***

 

 

IV.

 

Distogliamo gli occhi
Una volta per tutte
Al di là di questi occhi chiari
Io cerco delle braccia e
Una voce che non esistono più
Sono arrivato dall’altra parte delle parole
Inavvertitamente
Ma non vedevo che te
Lo giuro.
L’orizzonte assorbe il tuo sorriso
La terra è deserta.
Andrò a seppellire le parole dall’altra parte

 

Dhimitër Pojanaku fiton çmimin special “Poezia e popujve” në Itali

Dhimitër Pojanaku fiton çmimin special  “Poezia e popujve” në Itali   Poezia e poetit shqiptar, Dhimitër Pojanaku, ka tërhequr vëmendjen e jurisë italiane në një nga konkurset ndërkombëtare. Në edicionin e 24-të të çmimit ndërkombëtar “Centro Giovani e Poesia-Triuggio”, Milano, Itali, … Continue reading