È uscito “Il Foglio volante” di luglio 2015 / Amerigo Iannacone

Foglio luglio '15

È uscito “Il Foglio volante” di luglio 2015

 

È appena uscito e sta per essere spedito agli abbonati, il numero di luglio del “Foglio volante – La Flugfolio – Mensile letterario e di cultura varia” (anno XXX, n. 7). Vi compaiono testi di Rosa Amato, Bastiano, Aurelia Bogo, Loretta Bonucci, Mariano Coreno, Serena Cucco, Carla D’Alessandro, Francesco De Napoli, Georges Dumoutiers, Vito Faiuolo, Paul F. Georgelin, Amerigo Iannacone, Silvana Poccioni, Nadia-Cella Pop, Fryda Rota, Mariaelena Rota Madori, Antonio Vanni.

Ricordiamo che per ricevere regolarmente “Il Foglio volante” in formato cartaceo è necessario abbonarsi. L’abbonamento – che dà diritto a ricevere tre libri omaggio per un prezzo di copertina superiore al costo dell’abbonamento (20 euro) – serve anche a sostenere un foglio letterario che non ha altre forme di finanziamento. Per ricevere copia saggio, ci si può rivolgere all’indirizzo: fogliovolante@libero.it oppure al numero telefonico 0865.90.99.50.

Riportiamo, qui di seguito, un microracconto che apre il “Foglio”, una poesia di Rosa Amato e l’epigramma “Una poetessa”, dalla rubrica “Versetti e versacci”.

 

 

 

Il nuovo Beethoven

Microracconto

 

Non potevo piú ascoltare la musica. Un dolore insopportabile mi prendeva al petto. I violini penetravano in me come lama affilata. I tasti del pianoforte martellavano il cervello. Il flauto, l’oboe, mi torturavano. Stranamente i suoni più dolorosi erano quelli più dolci. Il flauto più della tromba, l’oboe più del timpano.

Ma ci riprovavo. Prendevo la sinfonia che per prima mi aveva fatto amare, da ragazzo, la musica, La Pastorale di Beethoven, ma già alle prime note sentivo tali trafitture che dovevo togliere il disco. Provavo a mettere un notturno di Chopin, in particolare il n. 2 op. 9, ma ogni nota era una martellata. E dovevo spegnere.

Dovevo sdraiarmi, riposare, come fossi stanco per aver fatto ore di lavoro manuale. Ma poi il sonno mi abbassava le palpebre e sentivo tutta la Sesta di Beethoven e sentivo il Notturno n. 2 di Chopin. E la mia mente seguiva una grande orchestra inesistente che eseguiva le sinfonie a me più care. Ed ecco che la grande orchestra esegue una sinfonia bellissima, che non ho mai sentito prima. Ma chi sarà il compositore? In alcuni passaggi mi ricorda proprio Beethoven, quasi fosse la sua decima sinfonia. In altri passaggi mi fa pensare a Mahler.

Poi mi sveglio e ho ancora tutta la sinfonia nella mia testa. Mi metto a scrivere. Le note nascono da sole sul pentagramma. Una riga dopo l’altra, una pagina dopo l’altra.

Ecco, è nata cosí la mia prima sinfonia, la prima sinfonia di Maurizio de Rubeis, quella che ha fatto scrivere ai critici musicali: «È nato un genio della musica», «Prodigio musicale», «Maurizio de Rubeis, il nuovo Beethoven».

 

18.9.1010

Amerigo Iannacone

 

 

La valigia del tempo

Residui di volitive energie

sui passi delta sera,

su gli intracciati sentieri della vita.

La valigia del tempo sempre piú leggera,

la memoria di conflitti antichi

sempre piú remota.

Sugli scenari presenti

l’incalcolabile numero di disperati

di ogni razza e colore.

Fuggono da violenze e guerre

per morire in mare, alghe in balia

del moto perpetuo delle onde.

Annichilente su questo carnevale

sempre attivo la disumana barriera

di popoli “civili” che negano asilo

a stremate umanità in fuga e al cuore

la memoria degli avi con la valigia di cartone

tra le mani, anch’essi in fuga da miseria e guerre.

Tra le ombre della mitica sera,

una leggera valigia tra le mani,

sfumo il personale affanno…

 

Aprile 2015

Rosa Amato

 Roma

 

 

 

 

Appunti e spunti

Annotazioni linguistiche

di Amerigo Iannacone

 

Problemi sempre ci si pongono per il femminile di quelle parole riferite a cariche che in passato sono state tradizionalmente legate a uomini, come “sindaco”, “deputato”, “notaio”, “avvocato”, ecc., ma non si tratta di problemi insolubili. Ecco qualche regola spicciola. Prendiamo “presidente”: si tratta del participio presente di “presiedere”, va catalogato tra gli aggettivi di seconda classe, ed è perciò invariabile nel genere. E cosí per tutti i vocaboli che appartengono alla stessa categoria. Invece “deputato”, “soldato”, “avvocato” fanno “deputata”, “soldata”, “avvocata” in quanto, quali participi passati dei verbi corrispondenti, sono da ascrivere alla prima classe, quindi variabili nel genere. “Governatore”, essendo la sillaba “to” preceduta da vocale, al femminile diventa “governatrice”, mentre “pastore”, poiché “to” è preceduto da consonante, al femminile fa “pastora”. Cosí pure “assessora”, non il cacofonico “assessoressa” (che suona un po’ ridicolo se non beffardo), cui si potrebbe essere indotti dal calco su “professoressa”, parola che, pur inizialmente erronea, è ormai codificata dall’uso. “Sindaco” può diventare tranquillamente “sindaca”, e se ci suona male è solo perché non siamo abituati a sentirla. Nessun dubbio per “notaio”, che al femminile è “notaia”, come “lattaia”, “giornalaia”, “lavandaia”.

I quattro quarti di una vita / MIRIAM AMANEELLAH

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I quattro quarti di una vita

MIRIAM AMANEELLAH

http://www.margutte.com/?p=11095

 

 

«Ehi, tutto bene?»
Il suono di una voce e i pensieri si bloccano, lei si ritrova su una sedia di legno, inizia ad accorgersi del mondo: è mattina e il bar è mezzo vuoto, il silenzio surreale, la realtà estranea. L’alba colora il locale di rosa, mentre i lampioni si spengono. Davanti a una tazza di cappuccino con cannella, una ragazza distoglie lo sguardo dal vuoto e con gli occhi leggermente arrossati inquadra una cameriera bassa, grassa, col viso più bello che degli occhi rossi avessero mai visto.
Va tutto bene? Boh.
Ieri era il suo compleanno, non si aspettava che succedesse niente di straordinario, sapeva che nessuno si sarebbe preso l’impegno di organizzare una festa, ma qualcosa era accaduto… Seduta in mensa, davanti lui, per caso. Sente che la sta guardando così le sue mani tremano un po’, alza lo sguardo e nota che sta sorridendo. Lui prende il tovagliolo pieno di briciole di pane e, senza che nessuno abbia il tempo di capire, gliele butta in faccia. Silenzio. Non può essere accaduto veramente. Si toglie le briciole dai capelli, mentre spera che nessuno si sia accorto di niente, ma inizia a sentire delle risate, vede una ragazza che la guarda con compassione, non regge, si alza, si chiude in bagno e piange. Solo un’altra goccia di pioggia nella catastrofe naturale che sembra essere la sua vita. Troppe volte le hanno buttato per terra i quaderni, gettato nella spazzatura il diario, presa in giro per qualsiasi cosa, ormai non ci fa più caso…
«Si, tutto bene grazie.»
Non ha mentito. Va tutto bene finché il suo walkman non smette di far scorrere musica, finché nella sua stanza Kind of Blue di Miles Davis non si consuma sul giradischi.
Prende e se ne va, guardando i passi stanchi degli studenti appena svegli, poi si ferma, non è arrivata fino lì per niente, non può andarsene così proprio ora, fa un respiro profondo e torna indietro, entra di nuovo nel bar e si dirige decisa verso il proprietario: «Mi scusi, lei è Eric Terrel?».
«Si, e tu sei una ragazza che dovrebbe essere a scuola» le sorride perché ha paura di averla spaventata. «Io sono Hailie, la figlia di Kimberly Walcott» attende una risposta, ma lui continua a squadrarla, poi si riprende: «La figlia di Kim! Vieni qua!». Esce da dietro al bancone e l’abbraccia stringendole la guancia contro un maglione verde spento: «Sono un po’ di giorni che tua madre non si fa vedere; quante volte le avrò detto di portarti qua, ha deciso di ascoltarmi una volta tanto? Ma guardati come sei cresciuta, l’ultima volta che sei venuta non arrivavi al bancone…».
Hailie avrebbe anche il tempo per i convenevoli, ma qualcosa dentro di lei non le permette di aspettare, forse il desiderio di vedere sua madre in maniera diversa, andando oltre il volto rassegnato e stanco, gettando via la malinconia dall’anima per trovare un’artista.
«No, in realtà sono venuta di testa mia, volevo che mi parlassi proprio di lei, di com’era prima.»
«Kim? Beh, era Kenny Hagood in versione anni ’80, bastava che aprisse bocca, il resto lo faceva la sua voce, era perfetta almeno quanto un disco registrato, e il pubblico era ai suoi piedi, come se riuscisse a capire e restituire tutte le loro sensazioni.»
«E non ha mai firmato un contratto?» Eric cambia volto, cambia voce: «Adesso devo lavorare, è meglio se ci vediamo un’altra volta» dice con un sorriso sforzato e torna in fretta dietro al bancone. Per la prima volta Hailie lo osserva: è un vecchietto alto, un po’ grasso, naso grosso, carnagione nera, occhi buoni, ma vissuti, uno è socchiuso; ora sta servendo un espresso come se niente fosse successo, ma lei insiste: «Va bene stasera? Non voglio metterti ansia, ma…». Lui sospira: «Quando chiudo il bar, sì, va bene». Le sorride di nuovo, ma questa volta i suoi occhi sono vuoti.
Il bar comincia a riempirsi, ma è come se ci fosse un posto vuoto; manca qualcosa, o qualcuno, lo sente.
È sera. Sua madre non c’è, ha il turno di notte. Si sente in colpa a uscire senza dirglielo di sera, sapendo benissimo quanto sia pericoloso, è come se mettesse in gioco la fiducia dell’unica persona che crede in lei. Sono sempre state l’una la spalla dell’altra, sanno benissimo di essere sole: loro e quella vicina che si lamenta dell’odore di sigarette per le scale. Soprattutto sanno di essere sotto la stessa tempesta e questo crea in loro una specie di intesa spontanea, naturale, che va oltre il rapporto tra madre e figlia.

 

Sono le dieci a Detroit, percorre le strade di una città fantasma dall’anima devastata. L’arte è il suo defibrillatore: è soffocata, ma non la si può non vedere, l’ultimo fiore sotto le rovine. Eppure Hailie sente che non se ne potrebbe mai andare. Attraversare il quartiere di Black Bottom da sola è strano, ha il tempo di osservarlo, il cuore musicale della città, ridotto ad alcuni edifici abbandonati e case a pezzi, e qualche ingombrante quanto insignificante grattacielo. Lontano il fumo, solo un altro incendio.
Finalmente è arrivata, l’insegna rotta dà al bar una specie di aria vissuta. Entra e aspetta che si svuoti e poi chiuda. Eric le corre subito incontro: «Ciao, scusa per stamattina, ma mi hai colto un po’ di sorpresa, Kim me l’aveva detto che non ti aveva raccontato proprio tutto e non volevo essere proprio io a dirtelo, ma se vuoi sapere di più, sai, io sono qua».
La travolge con le parole e la porta verso la cassa: «Ecco, qui una volta staccavamo i biglietti per i concerti e dietro c’era un piccolo palco, sono passati di qui i più grandi artisti, tra cui tua madre, poi la gente veniva sempre meno, non potevamo più pagare gli artisti e ora eccolo, rimane solo una cassa che a volte non si apre neanche; pensa: vengo dieci minuti prima del dovuto perché è difficile da aprire, a volte la chiave non gira, e anche forzarla non è uno scherzo». Si blocca, poi riprende: «Non credo che tu sia venuta qua per sentirmi parlare di una vecchia cassa, eh? Ora ti dico tutto, ma sei sicura di voler sentire? Si sta pur sempre parlando di tua madre…».
Non aspetta la risposta, gli basta guardarla negli occhi. «Come ti ho già detto, tua madre si fece ben presto conoscere dalla gente, ma anche dalle etichette discografiche, tanto che la Interscope Records le offrì un contratto, dopo aver ascoltato la sua demo. Ora però devo tornare indietro e raccontarti dei tuoi genitori. Si amavano, quello era certo, ma questo non servì a salvarli. Tuo padre spacciava fumo: dopo aver saputo che Kim era incinta, si trovò un lavoro al McDonalds, ma quel misero stipendio non gli bastava neanche per se stesso, figuriamoci per prendersi cura di voi; e così ricominciò a vendere, finché un giorno successe, ricordo ancora tutto: tuo padre stava lavorando alla stazione e tua madre ti aveva portato da me perché voleva raggiungerlo; mi ricordo ancora il sorriso che aveva quel giorno, non potevo immaginare che non l’avrei mai più vista così, quanto mi sarebbe mancato quel sorriso; insomma lei andò e tu rimanesti con me, ma dopo un’ora telefonò dal carcere dicendo che lei e tuo padre erano stati arrestati e chiedendomi di badare a te fino a che non avesse sistemato tutto. Lei venne subito liberata perché non possedeva niente… Trattennero tuo padre, al quale negarono le cure per l’asma, e la seconda notte di carcere morì dopo un attacco. Quella fu la prima e ultima volta che ti vidi, diceva che non voleva farti sapere troppo di quel giorno, era sempre un po’ esagerata quando si parlava di sua figlia… Comunque il contratto saltò, seguirono tre anni tremendi per lei, ma si è ripresa ora e, se l’ha fatto, è solo per te.»
Hailie si sente morire, tutte quelle cose, raccontate così, alla buona, le hanno trapassato la mente, abbraccia Eric, perché ha bisogno di abbracciare qualcuno: «Perché non mi ha mai detto che era morto in carcere…»
«Se non te lo ha detto, è stato solo per proteggerti, credimi, altrimenti non ti avrebbe mai nascosto niente.»
Eric pensa che anche a lui la vita non era andata tanto meglio, aveva sposato una certa Debbie Jones, dalla quale ebbe Lara, la persona diventata subito la ragione di ogni suo respiro, anche quando, dopo il suo quinto compleanno ebbe un attacco di epilessia, il primo di una lunga serie. Il matrimonio non durò molto, ma l’amore per sua figlia, quello sì, era l’unica cosa che dava un senso alla sua vita, il potersi prendere cura di qualcuno. E se ne prese veramente cura fino all’ultimo battito del suo piccolo e fragile cuore. Adesso, in Hailie, in questa ragazzina albina e leggermente anoressica, in quei suoi occhi quasi trasparenti vede la stessa luce che vedeva in Lara, sente lo stesso istinto protettivo, la stessa responsabilità, la stessa paura che qualcuno possa anche solo sfiorarla. Perché si sente così incapace di dimostrarglielo? Deve tirarla fuori dalle sue insicurezze, darle un posto nel mondo.
A un certo punto si ricorda che Kim gli ha raccontato di quando Hailie mette un disco e ci canta sopra, si ricorda di come lo guardava con un sorriso enorme mentre gli descriveva la fantastica voce di sua figlia, un sorriso che non vedeva più da molto tempo ormai… «Da tua madre hai preso la voce, eh?». Gli è uscito così, la ragazza si è appena ripresa e sta mangiucchiando delle patatine sul bancone: «Beh, sì, un po’. Perché?».
«Potremmo organizzare qualcosa, io ci metto il locale, tu ci metti te stessa, io sono troppo vecchio per avere qualcosa da perdere, tu sei troppo giovane per non provarci nemmeno… Perché no?»
«Sembra folle, ma hai ragione: perché no?»

***

Troppe persone le stanno parlando tutte insieme, lei non ne ascolta neanche una, cerca un volto famigliare, ma l’ansia non le permette di vedere niente, sta sudando e si è bevuta due bottigliette d’acqua, si è schiarita la voce tre volte. Le immagini iniziano a sfocarsi, le persone a confondersi, dov’è Eric? Aveva detto che se ne andava solo per un momento, eppure sono sette anni che aspetta che passi quel momento. Vuole tornare indietro, ma ora le chiedono se è pronta e il sipario si apre, non riesce a capacitarsene, come ci è riuscita? A passare dal cantare in locali malandati e agli angoli delle strade, a qua, dove una folla grida il suo nome e canta le sue canzoni. Il vento le viene incontro, le penetra gli occhi, le attraversa le mani, le getta in faccia tutto ciò che ha fatto, così tanti anni di continue cadute e riprese, tutte le volte che ha detto «Basta», tutte le volte che ha gettato a terra i fogli, tutte le volte che invece si ripeteva che no, non poteva davvero finire così, che ha raccolto i suoi brandelli e li ha ricuciti insieme, fino a ora, quando le luci del Comerica Park si sono accese per lei e probabilmente anche per una tale Kimberly Walcott che le sta aprendo il concerto. In quel momento si accorge che il vento le sta gettando addosso i quattro quarti della sua vita.

 

***

 

Per un soffio di Vento

 

Margutte ospita con piacere il racconto di Miriam Amaneellah, una giovane scrittrice, che insieme ai lavori letterari di Rebecca Diana Ricciolo, Ludovica Daniele, Lisa Aledda, Daniele Marengo, Paolo Bosca, Alice Marcarino, Adelmo Altare, Marco Ferreri, Sara Amaneellah e Cristina Procida hanno dato corpo e anima al libro dal titolo Per un soffio diVento; Umberto Giordano lo ha illustrato.

 


Tutti gli autori sono giovani che hanno aderito ai progetti dello Yeep-Langhe in particolare ad un laboratorio di scrittura come spiega Francesco Caligaris: «i ragazzi e le educatrici del “gruppo redazione” dello Yepp Langhe, in cerca di nuove sfide, hanno incrociato l’agenzia letteraria equiLibri digitali proprio quando, insieme all’associazione Snodi di Torino, stava rivolgendo i propri laboratori di scrittura non solo agli adulti ma anche ai giovani. Si è così dato vita al laboratorio “ScriVenti di CambiaMenti”, che si è sviluppato per cinque mesi, tra esercitazioni, confronti, approfondimenti, scambi, esperimenti, incontri con professionisti di diverse arti espressive… Grazie all’esperienza e all’affiatamento dei partecipanti, si è giunti a questa pubblicazione, passo significativo di un cammino che aveva già fatto una lunga strada e che ha davanti a sé ancora innumerevoli sentieri da affrontare».

 

Martina Cristino, nella Postfazione scrive: «Questa raccolta di racconti è il risultato degli sforzi individuali di tanti ragazzi, ma anche l’esito di un impegno collettivo, in quanto tali ragazzi condividono un percorso comune, in cui si scambiano reciprocamente sguardi, idee e prospettive. È giunto, quindi, il momento di porsi le più classiche domande esistenziali: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo? La risposta è concisa e concreta, ma siamo aperti ad altri sguardi per chi già ci conosce o vorrà conoscerci.
Yepp Langhe è un’associazione di promozione sociale nata circa due anni fa, come naturale evolversi delle azioni promosse dal progetto di politiche giovanili Yepp (Youth Empowerment Partnership Programme), avviato nelle Langhe nel 2009.
La redazione costituisce una delle attività inserite all’interno del programma. Essa è composta da ragazzi tra i 14 e i 25 anni legati dalla passione per la scrittura, il disegno, la lettura e tutto ciò che abbia a che fare con le parole e l’arte. Alcuni di loro si sono incontrati quasi per caso, con le idee non troppo chiare, senza tante pretese, un po’ per passatempo e quasi per gioco: con la leggerezza di chi fa le cose con gioia, sulla spinta dell’entusiasmo. Con l’instaurarsi delle prime collaborazioni esterne, il gruppo è cresciuto e ha iniziato a incontrarsi e scrivere con costanza e regolarità. Scontrandosi anche con scadenze, testi da scrivere, correggere e a volte anche riscrivere. Tra riunioni itineranti, letture ad alta voce e tè con biscotti, la scrittura è diventata un modo non solo per comunicare ma anche per condividere, stare insieme, confrontarsi e crescere.
Questo libro rappresenta una tappa importante per tutti noi che crediamo profondamente in questo progetto e nelle azioni che promuoviamo. Queste pagine ci rappresentano nel provare a essere al contempo brezza piacevole e Maestrale capace di smuovere pensieri e riflessioni.
Oltre alla redazione, Yepp Langhe ha visto nascere 8 centri di aggregazione attivi, una web radio, il gruppo LNG che si occupa di multimedia, le partnership con l’associazione culturale “Il Ciabotto” e con la Rivista Idea, numerose proposte di scambi internazionali, workshop, corsi e laboratori.
A oggi Yepp Langhe coinvolge oltre centosessanta ragazzi provenienti da 13 comuni del territorio (Barolo, Castiglione Falletto, Dogliani, Grinzane Cavour, La Morra, Monchiero, Monforte d’Alba, Montelupo Albese, Narzole, Novello, Roddi, Rodello, Verduno).
Il progetto è finanziato dai comuni aderenti, dall’Unione dei Comuni “Colline di Langa e del Barolo”, dalla Compagnia di San Paolo e dalla Fondazione CRC».

The World Becomes a Novel /  WE-Women for Expo

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The World Becomes a Novel

 

 

WE-Women for Expo, a network of women from around the world

 

SILVIA PIO (edited by)

 

 

The building of the site for Expo 2015 was accompanied by bitter controversy in Italy and the opening saddened by fierce violence in the streets of Milan by the hands of the Black Blocks. But much of the Universal Exposition 2015 can and must be saved.

An interesting Expo Milano 2015 project is WE-Women for Expo, developed in partnership with the Ministry of Foreign Affairs and International Cooperation and the Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori (Italian publishers). It is «a network of women from around the world who speak out and act jointly on the subjects of food and sustainability, and do so placing women’s culture at the heart of an international exposition for the very first time. […] WE seeks to transform women’s innate capacity to ‘take care’ into a universal model, a new paradigm that can be a starting point for feeding the planet and rethinking its future.»

The literary result WE-Women for Expo’s activity is the collection Novel of the World, a story made by many stories, accounts, memories, and thoughts, all about food, for the body and for the mind. The authors are 104 women (see the book for the complete list) coming from the countries taking part in Expo 2015 and writing in their own languages. The original languages are 28: Arabic, Armenian, Bosnian, Bulgarian, Chinese, Croatian, Czech, English, French, Georgian, German, Greek, Hebrew, Hungarian, Italian, Japanese, Korean, Latvian, Lithuanian, Maltese, Mongolian, Persian, Polish, Portuguese, Romanian, Russian, Serbian and Spanish. Many stories are written in English and the others have been translated into English.

These are most of  all stories of women: love, pain, family, war, a universal weave that make this collection unique. Plenty are the food, drinks and recipes in the stories, because through them memories and memoirs are told, often having history as background: Allende’s death in Chili, Mao’s China, Castroism, the civil war in Georgia, the revolution in Iran, etc. As many as the stories are the settings and landscapes, from the countryside to the city, from shanties to airplanes, from refugees’ camps to luxury restaurants, from tradition to modernity.

And the food is either enjoyed or refused, felt one’s own or alien, but is always full of taste (pleasant or impossible to swallow), be it even the taste of  nostalgia. All the senses are involved because food, like life, must be savoured thoroughly.

Light stories about happy childhoods and terrible stories of destruction and death. Pleas for all the women who are oppressed, violated and kept in ignorance. Denunciations of the lack of food, also intellectual. The stories and the memories in the Novel of the World are a net thick with signs (the different alphabets with which they were written), of cultures, messages, things lost and found, woven once again by the keepers of memory and the makers of future, women.

Margutte will translate into Italian some of the stories.

 

From the Foreword by Mariarosa Bricchi, translated from the Italian by Emilia Telese:

We have chosen to call our collection of voices and stories Novel of the World because the novel is the most open, flexible, widely recognized and most widely read literary form in the world. A novel has always meant for readers a place where stories take form, where adventures and passions develop, where characters of all backgrounds are confronted with extraordinary or everyday events.

Novel of the World is all this: a place of memories and imagination, a repository of stories and different voices united by a deep bond – the ancient relationship between women and food.

The authors include leading names on the international literary scene, who have published bestsellers loved all over the world, but also writers who have achieved only part of their potential international audience, names yet to be widely discovered.

Like all novels, Novel of the World transports readers to another place, albeit one that is not static but changing, not compact but fragmented into myriad individual environments: those from which the authors come, and those – often coinciding but not always so – in which their stories take place. Stories scattered in space but also many different spaces entering into the stories.

In this multi-polar geography there are no centres or peripheries but a wide, horizontal, infinitely explorable space. Novel of the World is a moving globe, criss-crossed by its stories. Many of its authors live in countries other than those in which they were born; many were born, by chance or by necessity, in places far from their roots. Convergence points recur often: numerous writers whose origins were elsewhere have landed in the USA, Britain, France or Spain. But there have also been movements in the opposite direction.

The 104 texts making up Novel of the World were born of many freedoms and only one constraint: they all had to talk about the food that gives life to our bodies and feeds our intelligence; food of which everywoman is often a conduit, a dispenser. And, perhaps, the diversity on which Novel of the World feeds stands out, especially when recalling flavours buried in our memories and speaking profoundly of countries, customs, traditions in vivid detail.

Novel of the World is thus a grand story full of digressions and returns, a mosaic made in the name of diversity, one we like to imagine as a trip around the world. Indeed, it is like a long thread wrapped around the globe, transforming it into a ball of stories that come and go, retracing directions already traced and opening up new ones. So Novel of the World is actually a miniature world made of interwoven stories speaking of food and memory. Of the lives of women and all of us.

Dal diario di un filosofo / EMILIA DEARGON

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Dal diario di un filosofo

EMILIA DEARGON

http://www.margutte.com/?p=10643

 

      Riuscite a immaginare cosa vuol dire nascere in un paese che si chiama ABRAMI? Sì: Abrami, come il plurale di Abramo, quello che è partito da Ur dei Caldei per dare origine alla stirpe di Israele e al mito della Terra Promessa… Un Abramo non bastava certo, per il mio paese: per questo hanno fatto il plurale.

Già chiamarlo paese è troppo: una manciata di case abbarbicate su uno dei primi gropponi dell’Appenino Ligure, appena a est del Colle di Cadibona, che nemmeno guardano il mare. Oh no, il mare è musica e notte, culla del vento e del cielo: il mare è troppo bello, per Abrami – qui regnano squallore, desolazione e abbandono. Anche a primavera, l’unica fioritura è quella dell’erica arborea, con il suo bianco-verde polveroso, sporco, tristissimo: non vi dico nelle altre stagioni… Tutto sommato, il periodo migliore per Abrami è l’autunno-inverno, quando la nebbia grigia che sale dal mare si unisce alle nuvole basse, altrettanto grigie, e nasconde tutto.

Perché il meglio che si possa fare ad Abrami è nasconderlo, o andarsene, non importa dove. Non a cercare una terra promessa, che – si sa – non esiste da nessuna parte, per nessuno, no, checché ne sognasse Abramo. Via di qui: questa è la mia meta. Via, via, via di qui. E non per poco tempo. Per sempre.

Ovviamente non è ad Abrami che ho studiato: i miei mi portavano a Savona già alle elementari, poi alle medie e al liceo. Ma alla sera, e nelle vacanze, era ad Abrami che tornavo. Anche quando ho frequentato l’università a Genova, per laurearmi in Filosofia, facevo il pendolare. Del resto, non mi sarebbe piaciuto abitare a Genova: la trovavo una città asfittica, prigioniera di se stessa, nei caruggi mi mancava l’aria. Non capivo come avesse potuto, in passato, chiamarsi “La Superba”: superba di che? C’è il mare con la sua luce in tumulto, questo sì, ma non basta… Il Palazzo Ducale, la cattedrale di San Lorenzo, gli altri edifici sontuosi costruiti dagli uomini del passato hanno una loro bellezza, sì, ma sono anch’essi soffocati dalla proliferazione tentacolare delle brutte case d’abitazione di epoche più recenti: il passato va protetto, va difeso, e noi italiani non ne siamo capaci, almeno per quanto ho potuto vedere io – forse, ce ne sentiamo schiacciati, e cerchiamo di “rimuoverlo”,  di occultarlo, per riuscire a coabitare con esso. Almeno, ad Abrami questo problema non esiste, architetture di pregio non ce ne sono, non c’è nemmeno una chiesa, niente di niente.

Non è stato facile crescere ad Abrami: della mia infanzia, scialba e incolore, ricordo solo la solitudine. E la noia. I libri erano il mio unico rifugio, i libri mi hanno insegnato a parlare e a pensare. Forse è per questo che sono diventato filosofo, e ad Abrami non voglio più tornarci.

Dite che il tempo e il luogo dove si nasce sono frutto del Caso? Che ciascuno è artefice del suo destino e ha tutto il mondo a sua disposizione per cercare la propria felicità? Sì, certo. E allora perché ve la prendete tanto con quelli che dall’altra sponda del Mediterraneo arrivano qui, “a casa vostra”? Non è nel loro diritto, cercare una vita migliore in un altro paese del mondo? Non è un puro caso, se sono nati nel posto ‘sbagliato’? Comunque, se non sopportate gli stranieri, potete sempre trasferirvi ad Abrami: insignificante e insulso com’è, non ne attira nessuno…

Parto con un assegno di ricerca presso l’Università di Amsterdam, ma non credo che mi fermerò lì: il mondo è troppo grande, e l’Olanda un paese troppo piccolo per restarci. Il mondo non lo puoi conoscere facendo il turista: devi abitarlo, un continente dopo l’altro.

Mi aspetto a questo punto il discorso delle “radici”: diventerei un nomade, senza legami affettivi profondi, uno sradicato appunto. Ma la difesa delle radici oggi è troppo spesso un fatto identitario, di miope grettezza: io mi sento, e voglio essere, un “cittadino del mondo”, voglio sentirmi “a casa mia” ovunque. La mia patria sono i libri. E il mare.

Choices

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Choices

Choices, vincitore del bando Generazione Creativa – Scene allo Sbando della Compagnia di San Paolo, è un progetto di storytelling digitale e teatrale che parla di scelte. Nato da un’idea di Giulia Menegatti e realizzato dall’associazione culturale Pesci Volanti in collaborazione con Rony Efrat, Marco Magnone e Pierfranco Brandimarte, Choices invita chiunque a diventare parte di una narrazione collettiva, condividendo la storia di una propria scelta da inviare entro e non oltre il 31 maggio. Le storie selezionate confluiranno poi nel debutto ufficiale dello spettacolo, previsto a ottobre all’interno del Festival di teatro di figura Incanti a Torino.
Tante storie, oggetti e proiezioni video. Due mani e dieci dita per raccontare: Choices sarà uno spettacolo ibrido, fra teatro visivo e di figura, in cui si racconterà dell’attuale momento storico attraverso le scelte di tutte le persone che, durante i mesi precedenti al debutto dello spettacolo teatrale, avranno scelto di condividere una storia.
Ogni giorno scegliamo qualcosa ma in momenti particolari della vita alcune scelte aprono nuove strade, nuove porte, percorsi inaspettati e bivi sconosciuti. A volte cambiando la vita per sempre. Choices si propone di raccogliere le storie delle scelte dalle persone e le immagini del palmo delle loro mani per trasformarle in uno spettacolo teatrale.
Secondo la chiromanzia nella nostra mano ci sono tre linee principali: la linea del cuore, la linea della testa e la linea della vita. Da qui la scelta di trasformare queste tre linee tradizionali in tre categorie di racconto online: chi parteciperà potrà inserire la storia della propria scelta in una o più di queste categorie.
Sul web le storie verranno raccolte in un grande mosaico online disponibile per tutti: chiunque potrà partecipare, raccontare la propria scelta o semplicemente leggere le storie degli altri. In teatro le scelte verranno trasformate in uno spettacolo di teatro di figura interpretato da due mani e dieci dita, quelle dell’attrice Giulia Menegatti.
A partire dal mese di marzo a Torino inizieranno inoltre dei laboratori teatrali e degli incontri aperti al pubblico dedicati al tema delle scelte.

Associazione culturale Pesci Volanti
L’associazione culturale Pesci Volanti nasce a Torino nel 2014 dall’incontro professionale tra Marco Apostoli Cappello, Silvia Casarone e Giulia Menegatti e opera principalmente nel campo dello spettacolo dal vivo, della formazione teatrale e della comunicazione culturale. Pesci Volanti progetta ed allestisce eventi culturali e performance di teatro di prosa, di teatro ragazzi e di teatro di figura sperimentando nuove forme di ricerca artistica e di interazione con le nuove tecnologie.

Per informazioni:
http://www.progettochoices.it  – progetto.choices@gmail.com

 

Gaia Luce Gulizia e la poesia (Italia)

 

Gaia Luce Gulizia e la poesia

 

http://www.margutte.com/?p=10948

Sono pubblicista, scrittrice e fotografa autodidatta.
Nel mio recente passato c’è una lunga esperienza come attrice teatrale e autrice-orchestratrice di performances sperimentali.
Da quando ne ho memoria ho sempre creato immagini con le parole: ricamate, affastellate, e poi lasciate sedimentare per estrarne lo spirito distillato.
Da qualche anno la poesia ha trovato sorellanza con la fotografia, che aveva già fatto capolino in alcuni progetti teatrali, interagendo con l’azione scenica.
Con il tempo questi due linguaggi hanno richiesto sempre più spazio, chiamandomi in un momento della mia vita nel quale percepivo la necessità di un percorso che si facesse più raccolto rispetto a quello teatrale.
Così la comunicazione attraverso corpo e corde vocali è traslata in una narrazione di evocazione che impasta immagini e parole, facendone viaggio interiore da indossare e lasciar assorbire dalla pelle e dal corpo emozionale.
Amo pensare che la retina trattenga memoria della forma dell’immagine nelle parole, e del suono delle parole nella forma dell’immagine.
Ritraggo racconti, ovvero ciò che mi ha sempre nutrita. Dei volti degli esseri viventi, del profilo delle membra delle città e dei luoghi non abitati, dell’essenza incorporea e al tempo stesso tangibile del viaggiare.
Sono convinta che l’arte sia uno strumento di alchimia spirituale, che aiuta a spalancare lo sguardo e a penetrare oltre le trame del velo.
Non ho maestri, e ne ho moltissimi. Ogni persona incontrata mi ha insegnato qualcosa che ha avuto ripercussione sul mio percorso umano, strettamente intrecciato a quello artistico.
L’Arte è un sentiero senza fine che offre alberi dai quali cogliere frutti nutrienti, che aiutano a proseguire il cammino con forza rinnovata. Di loro mi nutro incessantemente.
Difficile stilare un elenco di autori amati. Sono tanti, e con il proseguire del cammino si aggiungono nuovi preziosi incontri.
Mi piace pensare che la mia opera creativa abbia un in-flusso sugli esseri umani con i quali entra in con-tatto.
Che li tocchi visceralmente e sia un maieuta che aiuti ad ascoltare e ad ascoltarsi.

 

 

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(Mappa)Mondo

 

Prometto
dello scalciare interiore
fare Danza
del rumore mentale
Canto.

Sarò
Maestra d’Orchestra
e Orchestrale
del mio viaggio.

Accomodatevi,
vi offro un concerto.

 

 

 

 

Il miele nel secchio, ed il velo

 

Stamattina,
abbiamo fatto tutto il possibile.

Ci avevano chiesto un barile di miele, un argano
per tirare su il secchio dal pozzo.

Un velo rosso per imparare a se-durre.

Abbiamo spalancato la porta,
le api sono sciamate nel velo
innamorate l’una dell’altra.

Si sono baciate, per lunghe ore
e così
tutti gli sforzi sono sembrati apparentemente vani.

Apparentemente.

-In Dis-apparenza-
il miele è stato fecondato
con un solo raggio di luce- sgorgato -dall’acqua-del secchio-del pozzo.

Il velo
è stato strappato dall’amore.

Ogni cosa, spontaneamente.

 

 

 

 

Incroci

 

Immagino
il tuo viaggio (,)
compagno….
in quel momento
l’ala del tuo esseresottile
sfiora il mio.
E non ci sono più
mura di pietra
solo lo sconfinato abbraccio
dell’acqua.

 

 

 

 

Le piccole scoperte a battiti regolari

 

Suonando piano
i tasti di un antico strumento
ritrovare passi sepolti
che sorridono chiari,
ora.

 

 

 

 

Sponde

 

Se ne andava
verso sponde fertili di colore
immaginando danze
adorne di gioia.

 

 

 

 

Silenzio

 

Silenzio
pesante
fitta nevicata
acuisce
la lontananza
di parole lucidate antiche.

La mano
sulla maniglia
trema
ma la forza
di
voltarsi
è
unica
salvezza
alla tempesta
di pietre.

Poezi nga Ariana Bytyqi

Poezi nga Ariana Bytyqi     Ringjallje   Kur pritjes fund i dhashë Mora veten pak mrekullisht E posalindur nën hije mali Në strofull të pabesisë Dashurisë zënë mes zjarresh Çdo herë vjedhurazi xixëllon Dhe në mesnatë hije bën, fanare … Continue reading