I quattro quarti di una vita / MIRIAM AMANEELLAH

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I quattro quarti di una vita

MIRIAM AMANEELLAH

http://www.margutte.com/?p=11095

 

 

«Ehi, tutto bene?»
Il suono di una voce e i pensieri si bloccano, lei si ritrova su una sedia di legno, inizia ad accorgersi del mondo: è mattina e il bar è mezzo vuoto, il silenzio surreale, la realtà estranea. L’alba colora il locale di rosa, mentre i lampioni si spengono. Davanti a una tazza di cappuccino con cannella, una ragazza distoglie lo sguardo dal vuoto e con gli occhi leggermente arrossati inquadra una cameriera bassa, grassa, col viso più bello che degli occhi rossi avessero mai visto.
Va tutto bene? Boh.
Ieri era il suo compleanno, non si aspettava che succedesse niente di straordinario, sapeva che nessuno si sarebbe preso l’impegno di organizzare una festa, ma qualcosa era accaduto… Seduta in mensa, davanti lui, per caso. Sente che la sta guardando così le sue mani tremano un po’, alza lo sguardo e nota che sta sorridendo. Lui prende il tovagliolo pieno di briciole di pane e, senza che nessuno abbia il tempo di capire, gliele butta in faccia. Silenzio. Non può essere accaduto veramente. Si toglie le briciole dai capelli, mentre spera che nessuno si sia accorto di niente, ma inizia a sentire delle risate, vede una ragazza che la guarda con compassione, non regge, si alza, si chiude in bagno e piange. Solo un’altra goccia di pioggia nella catastrofe naturale che sembra essere la sua vita. Troppe volte le hanno buttato per terra i quaderni, gettato nella spazzatura il diario, presa in giro per qualsiasi cosa, ormai non ci fa più caso…
«Si, tutto bene grazie.»
Non ha mentito. Va tutto bene finché il suo walkman non smette di far scorrere musica, finché nella sua stanza Kind of Blue di Miles Davis non si consuma sul giradischi.
Prende e se ne va, guardando i passi stanchi degli studenti appena svegli, poi si ferma, non è arrivata fino lì per niente, non può andarsene così proprio ora, fa un respiro profondo e torna indietro, entra di nuovo nel bar e si dirige decisa verso il proprietario: «Mi scusi, lei è Eric Terrel?».
«Si, e tu sei una ragazza che dovrebbe essere a scuola» le sorride perché ha paura di averla spaventata. «Io sono Hailie, la figlia di Kimberly Walcott» attende una risposta, ma lui continua a squadrarla, poi si riprende: «La figlia di Kim! Vieni qua!». Esce da dietro al bancone e l’abbraccia stringendole la guancia contro un maglione verde spento: «Sono un po’ di giorni che tua madre non si fa vedere; quante volte le avrò detto di portarti qua, ha deciso di ascoltarmi una volta tanto? Ma guardati come sei cresciuta, l’ultima volta che sei venuta non arrivavi al bancone…».
Hailie avrebbe anche il tempo per i convenevoli, ma qualcosa dentro di lei non le permette di aspettare, forse il desiderio di vedere sua madre in maniera diversa, andando oltre il volto rassegnato e stanco, gettando via la malinconia dall’anima per trovare un’artista.
«No, in realtà sono venuta di testa mia, volevo che mi parlassi proprio di lei, di com’era prima.»
«Kim? Beh, era Kenny Hagood in versione anni ’80, bastava che aprisse bocca, il resto lo faceva la sua voce, era perfetta almeno quanto un disco registrato, e il pubblico era ai suoi piedi, come se riuscisse a capire e restituire tutte le loro sensazioni.»
«E non ha mai firmato un contratto?» Eric cambia volto, cambia voce: «Adesso devo lavorare, è meglio se ci vediamo un’altra volta» dice con un sorriso sforzato e torna in fretta dietro al bancone. Per la prima volta Hailie lo osserva: è un vecchietto alto, un po’ grasso, naso grosso, carnagione nera, occhi buoni, ma vissuti, uno è socchiuso; ora sta servendo un espresso come se niente fosse successo, ma lei insiste: «Va bene stasera? Non voglio metterti ansia, ma…». Lui sospira: «Quando chiudo il bar, sì, va bene». Le sorride di nuovo, ma questa volta i suoi occhi sono vuoti.
Il bar comincia a riempirsi, ma è come se ci fosse un posto vuoto; manca qualcosa, o qualcuno, lo sente.
È sera. Sua madre non c’è, ha il turno di notte. Si sente in colpa a uscire senza dirglielo di sera, sapendo benissimo quanto sia pericoloso, è come se mettesse in gioco la fiducia dell’unica persona che crede in lei. Sono sempre state l’una la spalla dell’altra, sanno benissimo di essere sole: loro e quella vicina che si lamenta dell’odore di sigarette per le scale. Soprattutto sanno di essere sotto la stessa tempesta e questo crea in loro una specie di intesa spontanea, naturale, che va oltre il rapporto tra madre e figlia.

 

Sono le dieci a Detroit, percorre le strade di una città fantasma dall’anima devastata. L’arte è il suo defibrillatore: è soffocata, ma non la si può non vedere, l’ultimo fiore sotto le rovine. Eppure Hailie sente che non se ne potrebbe mai andare. Attraversare il quartiere di Black Bottom da sola è strano, ha il tempo di osservarlo, il cuore musicale della città, ridotto ad alcuni edifici abbandonati e case a pezzi, e qualche ingombrante quanto insignificante grattacielo. Lontano il fumo, solo un altro incendio.
Finalmente è arrivata, l’insegna rotta dà al bar una specie di aria vissuta. Entra e aspetta che si svuoti e poi chiuda. Eric le corre subito incontro: «Ciao, scusa per stamattina, ma mi hai colto un po’ di sorpresa, Kim me l’aveva detto che non ti aveva raccontato proprio tutto e non volevo essere proprio io a dirtelo, ma se vuoi sapere di più, sai, io sono qua».
La travolge con le parole e la porta verso la cassa: «Ecco, qui una volta staccavamo i biglietti per i concerti e dietro c’era un piccolo palco, sono passati di qui i più grandi artisti, tra cui tua madre, poi la gente veniva sempre meno, non potevamo più pagare gli artisti e ora eccolo, rimane solo una cassa che a volte non si apre neanche; pensa: vengo dieci minuti prima del dovuto perché è difficile da aprire, a volte la chiave non gira, e anche forzarla non è uno scherzo». Si blocca, poi riprende: «Non credo che tu sia venuta qua per sentirmi parlare di una vecchia cassa, eh? Ora ti dico tutto, ma sei sicura di voler sentire? Si sta pur sempre parlando di tua madre…».
Non aspetta la risposta, gli basta guardarla negli occhi. «Come ti ho già detto, tua madre si fece ben presto conoscere dalla gente, ma anche dalle etichette discografiche, tanto che la Interscope Records le offrì un contratto, dopo aver ascoltato la sua demo. Ora però devo tornare indietro e raccontarti dei tuoi genitori. Si amavano, quello era certo, ma questo non servì a salvarli. Tuo padre spacciava fumo: dopo aver saputo che Kim era incinta, si trovò un lavoro al McDonalds, ma quel misero stipendio non gli bastava neanche per se stesso, figuriamoci per prendersi cura di voi; e così ricominciò a vendere, finché un giorno successe, ricordo ancora tutto: tuo padre stava lavorando alla stazione e tua madre ti aveva portato da me perché voleva raggiungerlo; mi ricordo ancora il sorriso che aveva quel giorno, non potevo immaginare che non l’avrei mai più vista così, quanto mi sarebbe mancato quel sorriso; insomma lei andò e tu rimanesti con me, ma dopo un’ora telefonò dal carcere dicendo che lei e tuo padre erano stati arrestati e chiedendomi di badare a te fino a che non avesse sistemato tutto. Lei venne subito liberata perché non possedeva niente… Trattennero tuo padre, al quale negarono le cure per l’asma, e la seconda notte di carcere morì dopo un attacco. Quella fu la prima e ultima volta che ti vidi, diceva che non voleva farti sapere troppo di quel giorno, era sempre un po’ esagerata quando si parlava di sua figlia… Comunque il contratto saltò, seguirono tre anni tremendi per lei, ma si è ripresa ora e, se l’ha fatto, è solo per te.»
Hailie si sente morire, tutte quelle cose, raccontate così, alla buona, le hanno trapassato la mente, abbraccia Eric, perché ha bisogno di abbracciare qualcuno: «Perché non mi ha mai detto che era morto in carcere…»
«Se non te lo ha detto, è stato solo per proteggerti, credimi, altrimenti non ti avrebbe mai nascosto niente.»
Eric pensa che anche a lui la vita non era andata tanto meglio, aveva sposato una certa Debbie Jones, dalla quale ebbe Lara, la persona diventata subito la ragione di ogni suo respiro, anche quando, dopo il suo quinto compleanno ebbe un attacco di epilessia, il primo di una lunga serie. Il matrimonio non durò molto, ma l’amore per sua figlia, quello sì, era l’unica cosa che dava un senso alla sua vita, il potersi prendere cura di qualcuno. E se ne prese veramente cura fino all’ultimo battito del suo piccolo e fragile cuore. Adesso, in Hailie, in questa ragazzina albina e leggermente anoressica, in quei suoi occhi quasi trasparenti vede la stessa luce che vedeva in Lara, sente lo stesso istinto protettivo, la stessa responsabilità, la stessa paura che qualcuno possa anche solo sfiorarla. Perché si sente così incapace di dimostrarglielo? Deve tirarla fuori dalle sue insicurezze, darle un posto nel mondo.
A un certo punto si ricorda che Kim gli ha raccontato di quando Hailie mette un disco e ci canta sopra, si ricorda di come lo guardava con un sorriso enorme mentre gli descriveva la fantastica voce di sua figlia, un sorriso che non vedeva più da molto tempo ormai… «Da tua madre hai preso la voce, eh?». Gli è uscito così, la ragazza si è appena ripresa e sta mangiucchiando delle patatine sul bancone: «Beh, sì, un po’. Perché?».
«Potremmo organizzare qualcosa, io ci metto il locale, tu ci metti te stessa, io sono troppo vecchio per avere qualcosa da perdere, tu sei troppo giovane per non provarci nemmeno… Perché no?»
«Sembra folle, ma hai ragione: perché no?»

***

Troppe persone le stanno parlando tutte insieme, lei non ne ascolta neanche una, cerca un volto famigliare, ma l’ansia non le permette di vedere niente, sta sudando e si è bevuta due bottigliette d’acqua, si è schiarita la voce tre volte. Le immagini iniziano a sfocarsi, le persone a confondersi, dov’è Eric? Aveva detto che se ne andava solo per un momento, eppure sono sette anni che aspetta che passi quel momento. Vuole tornare indietro, ma ora le chiedono se è pronta e il sipario si apre, non riesce a capacitarsene, come ci è riuscita? A passare dal cantare in locali malandati e agli angoli delle strade, a qua, dove una folla grida il suo nome e canta le sue canzoni. Il vento le viene incontro, le penetra gli occhi, le attraversa le mani, le getta in faccia tutto ciò che ha fatto, così tanti anni di continue cadute e riprese, tutte le volte che ha detto «Basta», tutte le volte che ha gettato a terra i fogli, tutte le volte che invece si ripeteva che no, non poteva davvero finire così, che ha raccolto i suoi brandelli e li ha ricuciti insieme, fino a ora, quando le luci del Comerica Park si sono accese per lei e probabilmente anche per una tale Kimberly Walcott che le sta aprendo il concerto. In quel momento si accorge che il vento le sta gettando addosso i quattro quarti della sua vita.

 

***

 

Per un soffio di Vento

 

Margutte ospita con piacere il racconto di Miriam Amaneellah, una giovane scrittrice, che insieme ai lavori letterari di Rebecca Diana Ricciolo, Ludovica Daniele, Lisa Aledda, Daniele Marengo, Paolo Bosca, Alice Marcarino, Adelmo Altare, Marco Ferreri, Sara Amaneellah e Cristina Procida hanno dato corpo e anima al libro dal titolo Per un soffio diVento; Umberto Giordano lo ha illustrato.

 


Tutti gli autori sono giovani che hanno aderito ai progetti dello Yeep-Langhe in particolare ad un laboratorio di scrittura come spiega Francesco Caligaris: «i ragazzi e le educatrici del “gruppo redazione” dello Yepp Langhe, in cerca di nuove sfide, hanno incrociato l’agenzia letteraria equiLibri digitali proprio quando, insieme all’associazione Snodi di Torino, stava rivolgendo i propri laboratori di scrittura non solo agli adulti ma anche ai giovani. Si è così dato vita al laboratorio “ScriVenti di CambiaMenti”, che si è sviluppato per cinque mesi, tra esercitazioni, confronti, approfondimenti, scambi, esperimenti, incontri con professionisti di diverse arti espressive… Grazie all’esperienza e all’affiatamento dei partecipanti, si è giunti a questa pubblicazione, passo significativo di un cammino che aveva già fatto una lunga strada e che ha davanti a sé ancora innumerevoli sentieri da affrontare».

 

Martina Cristino, nella Postfazione scrive: «Questa raccolta di racconti è il risultato degli sforzi individuali di tanti ragazzi, ma anche l’esito di un impegno collettivo, in quanto tali ragazzi condividono un percorso comune, in cui si scambiano reciprocamente sguardi, idee e prospettive. È giunto, quindi, il momento di porsi le più classiche domande esistenziali: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo? La risposta è concisa e concreta, ma siamo aperti ad altri sguardi per chi già ci conosce o vorrà conoscerci.
Yepp Langhe è un’associazione di promozione sociale nata circa due anni fa, come naturale evolversi delle azioni promosse dal progetto di politiche giovanili Yepp (Youth Empowerment Partnership Programme), avviato nelle Langhe nel 2009.
La redazione costituisce una delle attività inserite all’interno del programma. Essa è composta da ragazzi tra i 14 e i 25 anni legati dalla passione per la scrittura, il disegno, la lettura e tutto ciò che abbia a che fare con le parole e l’arte. Alcuni di loro si sono incontrati quasi per caso, con le idee non troppo chiare, senza tante pretese, un po’ per passatempo e quasi per gioco: con la leggerezza di chi fa le cose con gioia, sulla spinta dell’entusiasmo. Con l’instaurarsi delle prime collaborazioni esterne, il gruppo è cresciuto e ha iniziato a incontrarsi e scrivere con costanza e regolarità. Scontrandosi anche con scadenze, testi da scrivere, correggere e a volte anche riscrivere. Tra riunioni itineranti, letture ad alta voce e tè con biscotti, la scrittura è diventata un modo non solo per comunicare ma anche per condividere, stare insieme, confrontarsi e crescere.
Questo libro rappresenta una tappa importante per tutti noi che crediamo profondamente in questo progetto e nelle azioni che promuoviamo. Queste pagine ci rappresentano nel provare a essere al contempo brezza piacevole e Maestrale capace di smuovere pensieri e riflessioni.
Oltre alla redazione, Yepp Langhe ha visto nascere 8 centri di aggregazione attivi, una web radio, il gruppo LNG che si occupa di multimedia, le partnership con l’associazione culturale “Il Ciabotto” e con la Rivista Idea, numerose proposte di scambi internazionali, workshop, corsi e laboratori.
A oggi Yepp Langhe coinvolge oltre centosessanta ragazzi provenienti da 13 comuni del territorio (Barolo, Castiglione Falletto, Dogliani, Grinzane Cavour, La Morra, Monchiero, Monforte d’Alba, Montelupo Albese, Narzole, Novello, Roddi, Rodello, Verduno).
Il progetto è finanziato dai comuni aderenti, dall’Unione dei Comuni “Colline di Langa e del Barolo”, dalla Compagnia di San Paolo e dalla Fondazione CRC».

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