Poesie di Emanuela M. R. Marzo

Poesie di Emanuela M. R. Marzo

 

L’ALTALENA

Vado e vengo,
poi vado,
poi ritorno:
un sonno senza sogno,
ma non una sola notte diversa
da ogni nuovo giorno.
Mi spingo ad andare:
quindi vado,
vado avanti e mi inoltro
e avanzo e sprofondo
e cado.
Mi spingo e rimango,
mi fermo e cammino:
ritmo continuo e cigolante
di un rumore bieco in un silenzio scaltro
e assordante…
Non c’è buco in cui possa trovar riparo,
non una via d’uscita,
non uno squarcio,
un recesso in cui si riesca a goder ristoro.
Non c’è nascondiglio e non c’è tana,
non c’è rimedio a questo mio pensiero straccio
logoro e malato, viziato e lercio,
che va nutrendosi malsano
cantando a cantilena
vaghi sussurri striduli saturi
di una infedele pena.
Vado e vengo nelle ombre della luce,
avanzo e ritorno nei bagliori dell’oscurità,
continuando senza fiato questo mio scivolamento,
trascinandomi estenuata
in questo apparente sordo movimento.
Un passo in avanti
poi torno indietro,
più tendo i muscoli
e più mi abbandono,
più ripercorro il cammino e più perdo la strada
ancora una volta
incastrata
tra le spire della mia fantasia.
Ancora una volta…
E sia!
Ogni discesa è rapida e vertiginosa
e spedita
eppur mi spossa e mi sconquassa,
mi strema e rende vana
ogni mia più ardua risalita.
Non c’è vanto e non c’è godimento,
non vedo disfatta ma non trovo gloria
se poi c’è la sconfitta più acida
ogni volta
dopo qualunque più fatua vittoria:
perché se vinco, rimango perduta
e superandomi torno a cadere
sfinita, sfiancata, svanita.
Smarrita, stordita.
Perduta.
Senza ferite e offese,
senza trionfo né alcun orgoglio
di tutti i miei pensieri rimane
soltanto
un complicato e virtuale groviglio.
E vado e vengo,
poi vado e poi ritorno…
Tutto l’universo grida ma in realtà tace:
sento che è l’inerzia l’unico moto
di cui sono capace.

Em@nuel@ M.R. M@rzo
[le Quattro Stagioni dell’Umore-Stagione dell’Introspezione]

 

IL DUBBIO

Gioca a nascondino questo mio spirito
ribelle,
sembra mesto ed assopito
ma nel profondo s’agita
e ribolle …
Ed il suono dei vetri al vento rabbioso
stancamente
questo stanco silenzio fende:
cosa mi agita?
Che rende questo senso così furioso?
Cerco e non trovo un qualche improvvisato appiglio
cui la mia mente e la mia infreddolita mano
smaniosamente tende …
Scia lievissima di sole, ormai offuscato astro lontano,
come infuocato iride incandescente
penetra acutamente le mie pupille
ed in silenzio tacita
questa mia bonaccia sorda e apparente.
Solo una moneta o una medaglia possono vantare
due facce contrapposte,
volti subdoli e differenti,
ma il cuore no: esso non truffa, non sa ingannare,
il cuore non cede a questi ambigui sentimenti.
Il cuore ha un senso solo,
un’unica direzione verso cui pulsa spedito…
ma stasera,
stasera non gli piaciuto ciò che ha sentito,
quel che ha potuto cogliere nel tuo silenzio astuto.

Em@nuela M.R. M@rzo
[Le Quattro Stagioni dell’Umore-Stagione della Rabbia]

 

IN UNA SOLA NOTTE

Pensavo
di tenderti la mano
di offrirti la mia fede
E già il pensiero divenne osceno
insano
come vipera attaccata al seno
che succhia avara
mentre la madre ignara
crede
di nutrir invece la sua creatura
e sorride e non vede
quell’insidia avvolta come cintura
al suo fianco nudo
e quindi nella penombra
della fioca luce stringe e accarezza…
Sudo.
C’è nella’aria una confusa brezza
di uno strano maggio:
ci vuol tanto coraggio
per non mollar la presa
per restare ferma
appesa
al filo di quel pensiero
che oltraggia
ogni resistenza
e avanza da orrido straniero
nella coerenza
e nella ricerca mia di quel che sembrano falene
di chi vuol pagare col bene
il male che ha subito
impunito.
Pensavo
E già tornasti a torturarmi come coltello
arrugginito
nelle molli carni conficcato
tu
ammorbante infetto fardello
che l’anima hai venduto
o forse soltanto regalato
ad un demone malvagio che ti tortura
e nefandamente ti divora
mangiandoti da dentro avaro:
di te si ciba e in te dimora
putrido pensiero baro
che laceri la notte come sparo
e sul disprezzo più basso
senza chiasso
spengo un’altra sigaretta
e non ho fretta…
Sfiato quest’alito amariccio
non scaccio
un pensiero ormai capriccio:
attendo
il tuo invecchiare lento
e sento
il fragore dello scoppio
come oppio
alla mia rabbia e alla tua rovina
di chi da solo poi cammina
di chi non riesca a consolare pianto
come colui che se ne va tra i venti
senza lasciar rimpianto
senza calore di memoria e sentimenti…

Em@nuel@ M.R. M@rzo
[edita in “Il Parnaso”-Elio Pecora; maggio 2014]

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