Due volti allo specchio: la dualità di Sylvia Plath / Yuleisy Cruz Lezcano

Due volti allo specchio: la dualità di Sylvia Plath
 
Scrivere su Sylvia Plath significa non solo entrare appieno nella sua poetica, ma è un esercizio d’interpretazioni, di ricostruzione dell’immagine apparente e dell’immagine intuita. Ciò che crediamo di vedere nella vita di questa poetessa è diverso da quello che si coglie nei suoi versi. Nel tentativo d’interpretare una poetessa così amata, quanto discussa, e soprattutto, nel tentativo di studiare il suo profilo psicologico, in realtà, a un certo punto mi è successo quel che spesso accade a chi si avvicina alla vita di un personaggio come questo, la ricostruzione della sua realtà, senza il confronto reale con la poetessa si è fusa con la mia realtà. Comunque studiare la sua biografia, i documenti a disposizione e la sua opera mi ha permesso di condurre un dialogo immaginario con la poetessa.
Il nucleo essenziale della personalità è difficile da sviscerare fino in fondo in un soggetto vivente, dato che il sistema difensivo di ogni persona lo impedisce. Questo diviene ancora più arduo se la persona non c’è più. Dato gli aspetti appassionati e romantici della poesia della Plath e la sua breve ma intensissima vita, la poetessa è divenuta una sorta di emblema di totale autocoscienza femminile, molto diverso da altre icone che nella poetica hanno incarnato solo elementi che parzialmente raccontano il male di vivere, per fare solo qualche esempio Sylvia Plath non può essere classificata, per la sua importanza, in nessun movimento poetico, ma ha una sua identità, assolutamente originale e unica. La sua poetica, a volte ossessiva, rincorre la morte, nell’urgenza di ricercare se stessa. I suoi versi si offrono con linguaggio cifrato fatto di immagini, nozioni di anatomia, sfondi surreali e di ricerche spirituali, atte a scoprire e collegare l’enigmatico e magico mondo dell’occulto. Quando ho letto i diari di Sylvia mi è apparso davanti agli occhi un ritratto in parole, mi sembra quasi di conoscere quella Sylvia diversa, quella che trasmette con i suoi pensieri l’intensità dei suoi sentimenti. Le sue poesie sono “dipinti” che dipingono i colori della vita e della morte come un segreto ferito.
 
La cosa però incredibile è stata che, leggendo i suoi pensieri, a volte, mi sembrava di leggere dentro i miei e dentro tante scatole chiuse che porto dentro me stessa, che non ho mai avuto il coraggio di aprire. Sylvia Plath ha iniziato a scrivere il suo diario quando era bambina e lo tenne senza interruzione fino alla morte. Il diario aveva la doppia responsabilità di dare un significato alla sua esistenza e di raccogliere i suoi pensieri più intimi, insieme ai giudizi che lei, il più onestamente possibile dava del mondo circostante e di se stessa.
Questi diari furono pubblicati postumi per la prima volta nel 1982, come gran parte della sua opera.
È interessante leggere la prefazione dei diari scritta da Ted Hughes, che la descrive come persona piena di ambizioni e aspettative riguardo alla scrittura, con una tendenza istintiva a seguire le orme dei vari maestri e ad adattare la propria scrittura a usi pratici e remunerativi. A volte questo impulso al guadagno, a vedere nella scrittura un fine anche commerciale, dà una certa artificiosità ad alcuni dei suoi componimenti. Secondo il suo ex-marito Ted Hughes malgrado la cura che Syvia metteva in ogni cosa che scriveva, non appena aveva finito di scrivere si gettava dietro le spalle ogni cosa, con una sorta di disprezzo e spesso di rabbia. Non era nulla mai abbastanza per Sylvia. Cosa voleva di sé e della sua scrittura Sylvia Plath? Ted Hughes non smise mai di farsi questa domanda, alla quale trovò in un “forse” una possibile risposta come scrisse in una parte della prefazione dei diari a seguito:
“Forse, in una cultura diversa, sarebbe stata felice. Qualcosa in lei ricorda quello che si scrive dei fanatici adoratori di Dio islamico, con la loro brama di attingere, attraverso un processo di progressiva purificazione, a una comunione con lo spirito o con la realtà, o semplicemente con l’intensità in sé. Sylvia Plath rivelava qualcosa di violento in questo, qualcosa di molto primitivo, forse di molto femminile: la disposizione, perfino l’esigenza, vividamente espressa a ogni livello dell’essere, a sacrificare tutto a una nuova nascita. Logicamente, il lato negativo di questo atteggiamento è il suicidio. Ma quello positivo (più famigliare in termini religiosi) è la morte del vecchio e falso “io” al momento della nascita dell’io nuovo e autentico. E alla fine, dopo un lungo e doloroso travaglio, fu questo il traguardo che raggiunse.”
Quindi, secondo Ted Hughes, Sylvia poté incontrare in vita il vero io. Io, invece, penso che la poetessa si sia comportata come un uccello che vola con tutta la sua forza vitale per poi schiantarsi contro un vetro di cui non sospetta l’esistenza. Un riflesso dentro la campana di vetro dovette fargli sospettare di poter proseguire e, invece, ecco che appena va oltre, muore. Muore come un uccello fulminato nella sua stessa gabbia. Sylvia passava dal tutto al nulla, senza la capacità di sentire il passaggio, come chi s’inebria senza accorgersi e poi, non sa se la vera lei è quella ubriaca o quella lucida, e questo fatto, logicamente, crea scompiglio e confusione. I suoi diari parlano con intensità dei suoi vissuti e sono la dimostrazione inquietante e terribilmente affascinante di come il potenziale rigenerativo dell’inconscio si agganci alla sua dimensione emozionale.
Il 27 febbraio del 1955, Sylvia scrive nel suo diario: “Ho dormito fino a tardi stamattina, mi sono svegliata alle 11,30 del mattino sentendomi inutile e fiacca. Ma testarda. Ben decisa a mollare gli obblighi per due giorni e a recuperare. Questa fatica succhia, salassandomi le vene. Ci vuole molta più energia per scrivere delle scuse che per trascinarsi in giro…” ancora “ Mi sono sentita sciatta e pigra; imbarazzata al punto di non uscire a mangiare, per non vedere gente…”
Si colgono continuamente i sintomi di una profonda depressione. L’ombra nera della fatica di vivere ha attraversato tutta l’esistenza della Plath, per tutta la sua corta vita.
Sylvia, oltre all’esperienza traumatica dell’abbandono dopo la morte del padre, poi con la fine del suo matrimonio, si è vista priva dell’idealizzazione dell’uomo che amava. La sua sofferenza ha minacciato la sua identità e la ha destabilizzato così tanto da desiderare nuovamente di morire. La relazione stabilita fra Sylvia Plath e Ted Hughes si è rilevata profondamente pericolosa per lei, dato il suo immenso bisogno di dipendere da un altro per mantenere la propria identità. Sylvia viveva dietro l’ombra di Ted, batteva le sue poesie a macchina, le inviava ai diversi premi letterari e gioiva delle sue vittorie come se fossero sue. Sembra che durante il loro matrimonio lei abbia subito perfino violenza pur di non essere abbandonata.
Il campo delle dipendenze amorose patologiche è principalmente riferito alle persone che hanno una difficoltà cronica ad assumere un’identità stabile. Sylvia Plath ha vissuto tutta la vita in una sorta di eterna immaturità, con una personalità “borderline” e una necessità estrema di dipendere e di essere riconosciuta come figura completa: poetessa realizzata, madre ideale e moglie perfetta.
 
Vi spiego da dove nasce la mia scelta di approfondire la figura della poetessa Sylvia Plath. In quale modo la sento legata alla mia poetica, tramite un binario parallelo che mi aiuta a riflettere sul senso della vita.
 
Quando penso alla figura di Sylvia Plath mi sembra di vederla passare solitaria e leggera, così piena di sé davanti a se stessa che per miracolo non esplode a ogni secondo. Sylvia era una creatura affascinata dal male di vivere e affascinante, vittima e maga, ardeva sul rogo della vita e, nello stesso tempo, con la crudeltà propria della poesia bruciava se stessa e appiccava fuoco al mondo circostante, lo faceva ardere con una fosforescenza tenera e cupa. Nella scrittura della Plath ho colto una totalità poetica immensa e moderna, malgrado le colossali dimensioni di autodistruzioni e l’emergere costante della dualità intrinseca dell’essere umano nella sua poetica. La poetessa è in grado di superare le sue alienazioni e uscire dal fatalismo, perché entra nel surrealismo ed esce con ironia dell’autoinganno, mettendo a nudo le sue debolezze per vestirle con la grandezza di un linguaggio partoriente immagini. Ho colto nella scrittura della Plath uno stato perenne di “esiliata contumace”, cioè le sue parole dichiarano un sentirsi estranea dentro se stessa. Nel suo piccolo paese immaginario, la Plath è una donna che vive in esilio perpetuo, confondendo, a volte, quella che è con quella che si obbliga a rappresentare per la paura costante dell’abbandono, di essere esclusa. Nel principio che regola ogni suo impulso creativo è implicito il rifiuto della realtà. La Plath usa l’atto creativo con il tentativo di riordinare la propria realtà mediante il linguaggio. La sua poetica è un esempio splendido di architettura delle parole, lei ordina ogni mattoncino con precisione, si sforza alla perfezione e accetta poco la sconfitta pragmatica di essere come tutti gli essere umani “imperfetta”. A tale proposito, crea un’utopia galattica, egocentrica, come una suicida satanica che diviene profeta sotto il profumo degli alberi, ma con il corpo disabitato dalla propria realtà, che usa solo per dare al misticismo una dimensione possibile davanti alla parvenza inevitabile del dilemma di essere tante in un solo corpo. La Plath è la sua scrittura e come tale, è predestinata a essere vista, con gli occhi spalancati, alla finestra di tutto quel che voleva da se stessa, le sue isole interiori erano piene di aspettative, lei era l’alchimia dei suoi verbi che sprofondavano dai sogni,. Eppure lì davanti a se stessa, fu sempre straniera, una sconosciuta smarrita con il suo volto la portava per il mondo. Dentro di lei però, un’altra l’interrogava con domande laceranti, quella era la vera Sylvia Plath, quella che riproponeva continuamente i suoi stessi enigmi, il mistero di ogni assenza.
La poetessa rimase sempre sull’argine perduto dell’atra sponda, ma l’eco delle sue urla interiori non smisero mai di risuonare, nelle zone d’ombra del suo essere erano in attesa la nostalgia di “verdi paradisi” , gli abbandoni e gli amori perduti, che cercava continuamente.
Ci sono tante visioni e modi di rappresentare il mondo nella poesia di Sylvia Plath che hanno ispirato la mia. Credo che le parole nella poesia contemporanea si collochino in un programma di nuova estetica, con radici nell’arte, nella tradizione, nell’ambiente, penso che l’unione delle parole, dietro una meditata scelta, non avvenga mai a caso. I poeti con le parole creano uno spazio gustosamente ibrido fra realtà e fantasia, dove si confonde l’una con l’altra. Le parole aprono uno spazio, a volte, non completamente comprensibile, dove si può verificare un disordine che meraviglia, e nonostante, non sempre, si possa anticipare dove vanno a finire le parti, nell’incastro finale l’essenziale rimane salvo e comunica qualcosa di nuovo o qualcosa di vecchio in un nuovo modo.
Secondo me la poesia si presta, come tutte le forme d’arte, a riflessioni collaterali, e le espressioni del doppio senso sono, quasi sempre, di un’immediatezza inquietante.
Creare uno stile nella scrittura non è solo costruire nuovi significati e codici, ma significa creare un “nuovo modo di essere” che porta a esprimere nuove riflessioni sullo spazio pubblico della società e dei problemi sociali. Il poeta deve comprendere come lavorare con le solite parole in modo insolito e senza costrizioni ed è questo che mi ha affascinato della poetica della Plath, in cui colgo un tentativo di stupire perfettamente riuscito.
La poesia è, per il poeta, l’occasione per godersi le emozioni, un’opportunità di creare nuovi paradigmi, nuovi accostamenti inediti, in modo da immergersi in uno spazio iper- realistico, che ripercorra l’intera storia dell’arte e crei in modo surreale, una nuova atmosfera, senza l’aurea di sacralità, e senza la sovrastruttura della globalizzazione o della spinta economica che materializza i valori reali.
Ho colto nella poetica di Sylvia Plath una propensione all’autoanalisi, all’auto osservazione, cosa che sento anche mia. In ogni suo verso è presente una razionale analisi di sé e questo mi ha stupito, perché io lo faccio da sempre. Mi pare che il legame più forte che esiste fra la sua poesia e la mia risieda proprio nella forma mentis.
Pochi esseri ho conosciuto, così ricolmi di fatalità poetica. La sua passione per la scrittura segue un filone intimo che la porta dall’abbaglio dell’infanzia a un permanente sentimento di morte. Sylvia è come la prigioniera di un regno perduto, per lei non c’era un’altra salvezza che la morte. Cercare di consolarsi, è staro per la poetessa come mentire a se stessa.
Sin da giovanissima, la poetessa subì la fascinazione della morte, una morte piena di vertigine, che dà alla sua poetica un tono inconfondibile, surreale e di una qualità perturbante.
Sylvia Plath in uno dei piani più remoti della sua esistenza, incontra ancora le braccia di suo padre, dove abbandonarsi, ma nella vita quell’abbandono spensierato è solo una scommessa persa, perché la vera Sylvia si trova chiusa, dentro una “campana di vetro”, che è, a proposito, il titolo dell’unico romanzo pubblicato dalla Plath in Inghilterra dall’editore faber and faber nel 1963, poco meno di un mese prima della morte della poetessa. Il romanzo è stato pubblicato sotto il pseudonimo Victoria lucas, e fu accolto abbastanza distrattamente, registrando tiepidi consensi. C’è da dire che di lei, fino a quel momento era stata pubblicata soltanto una raccolta poetica “Il colosso”, ricevuto con attenzione in una cerchia abbastanza ristretta di ammiratori.
Nell’esperienza poetica della Plath, i fatti cruciali e sconvolgenti della sua vita (la morte del padre nell’infanzia, gli elettroshock subiti dopo il tentato suicidio con sonniferi nel 1954, l’assiduo dialogo con la morte fino all’epilogo definitivo dell’11 febbraio 1963, a soli trentuno anni, quando si uccise con il Monossido di Carbonio, inserendo la testa dentro il forno), fluiscono in una mitologia personale, di cui la Plath è l’artefice, la “poetessa sciamano” come la definì l’ex-marito, il poeta Ted Hughes. Nella poetica della Plath si coglie anche un senso profondo di rinascita, di una rinascita della quale la poetessa vuole convincere in primis se stessa, ma nonostante fosse convinta che per creare si deve distruggere, e che per rivelare un destino deve inghiottirne un altro, lei ha inghiottito se stessa dentro il tentativo di perfezione. Il suo guaio umano fu di sfidare il male dell’esistenza, di scrutare il dolore con freddezza, nascondendo dietro l’apparente distacco la sua fragilità.
 
La poesia della Plath è caratterizzata da immagini frammentarie ma con carica psichica unitaria e fluente, dove gli elementi della natura s’integrano per dare completezza alla natura umana.
 
Avviciniamo la poetessa tramite una sua piccola biografia, Sylvia Plath è nata in un distretto di Boston il 27 ottobre del 1932. Nel 1950 con una borsa di studio approdò allo Smith College. Nonostante fosse ritenuta figlia e studentessa modello, dopo il suo terzo anno di college, in preda a un forte stato di depressione, tentò il suicidio con un’overdose di sonniferi. Tuttavia, nel 1955, laureandosi con il massimo dei voti, vinse una borsa di studio per l’università di Cambridge, in Inghilterra. Nel 1956 sposò Ted Hughes, un famoso poeta inglese del quale si separò pochi anni dopo e dal quale ebbe due figli.
Nel 1960, all’età di 28 anni pubblicò a Londra, presso Heinemann, il suo primo libro di poesia (The colossus). L’11 febbraio del 1963 si suicidò nel suo appartamento di Londra.
Negli anni successivi sono uscite postume le seguenti opere di poesia: Ariel; Faber and Faber; Uncolleted Poems; Turret Press; Three Women; Turret Press; Winter Trees Crossing the Water.
Nel 1982 Sylvia Plath divenne la prima poetessa a vincere il premio Pulitzer dopo la morte.
 
“Ariel” di Sylvia Plath
 
La poesia Ariel è una delle poesie più belle della Plath, una poesia dove apparentemente parla di Ariel, il suo cavallo, ma dove in realtà la poetessa non riuscendo a contenere la sua vita, porta al parossismo ogni perdita e difficoltà e fa dei suoi traumi e delle sue speranze un viaggio in versi. Dove il cammino è guidato da una voce interna, inarrestabile, che deve per forza vivere esplodendo nel tempo delle parole, trascendendo il contesto individuale. In tal modo perfino il dolore, la paura, le nevrosi, i sentimenti di abbandono e solitudine hanno un senso, un loro luogo profondo e sacro, un’oscura bellezza. Ariel non è solo un cavallo ma è un simbolo misterioso dell’esistenza, la vita che si consegna alla morte. Se dovessi etichettare questa poesia all’interno di una corrente artistica, potrei catalogarla come un dipinto appartenente al futurismo, dove i passaggi sono dati da una sequenza di fotogrammi rapidissimi che si susseguono a ritmo vertiginoso. Ariel è una poesia carica di retroscena, di vicende misteriose, che seducono senza conoscerle.
Nella poetica della Plath si può cogliere l’alternarsi dei colori, per esempio l’insostanziale azzurro, lo scalpitare degli zoccoli di Ariel, la corsa incauta, febbrile che travolge la poetessa, spingendola in una zona mortale (“nere boccate dolci di sangue, ombre”), e poi nella vertigine dell’alba (“l’occhio scarlatto, il crogiolo del mattino”), suicida, in una corsa con la spinta dentro il rosso occhio cratere del mattino . In questa poesia inoltre si possono cogliere immagini contrastanti, alcune immagini sono esaltanti, vitali e richiamano la bellezza ((Then the substanceless blue/ pour of tor and distances) in alternanza (nigger-eye/ berrei cast dark/ hooks-/ black sweet mouthfuls,/shadows/ ad immagini di presentimenti oscuri, come una corsa che finisce nella distruzione di sé e nella morte. Nella poesia della Plath il lettore può sentire il freddo alito della morte.
 
“ARIEL
 
Stasi nel buio.
Poi l’insostanziale azzurro
riversarsi di alture e lontananze.
 
Leonessa di Dio,
come ci compenetriamo,
perno di calcagni e ginocchia! – il solco
 
si fende e passa e si cancella, fratello
all’arco bruno
del collo che non posso serrare,
 
bacche occhi – di –negro
gettano scuri
uncini –
 
nere boccate dolci di sangue,
ombre.
Qualcos’altro
 
mi solleva per l’aria –
cosce, criniera;
scaglie dai miei talloni.
 
Bianca
Godiva, mi spoglio –
morte mani, morte costrizioni.
 
E ora io
schiumo in grano, un luccichio di mari.
Il grido del bambino
 
Si dissolve nel muro
E io
sono la freccia,
 
la rugiada che vola
suicida, fatta una con lo slancio
dentro l’occhio
 
scarlatto, il crogiolo del mattino.”
 
(Silvya Plath; 27 ottobre 1962)
 
 
Vita
 
Viverla
come dono e disinganno
come premio e martirio
possessione ed estasi
viverla
come illusione e vacanza
come condanna e tormento
malattia e preghiera
semplicemente viverla
se non fosse che è lei
a rubarti la vita.”
 
 
Nella scelta delle poesie di Sylvia Plath per questo scritto, c’è un senso di riscatto che sento di dover portare avanti per tutte le Sylvia Plath esistenti.
 
In realtà, il mio tentativo non è di creare un’antitesi fra la mia poetica e quella della Plath, ma deriva dal fatto che io ammiro con tutta me stessa la poetica della Plath. Riguardo invece i pensieri di vita, vorrei creare una strada parallela, pensando forse che Sylvia Plath, Virginia Woolf e altre donne con una vita segnata da lutti, violenza e sofferenza, potevano vivere a lungo e in modo diverso, se solo avessero visto dentro di sé il sole. Nella mia raccolta dal titolo “Soffio di anime erranti” dalla quale sono tratte le poesie qui presenti, parlo di sofferenza ma soprattutto di volontà di rinascita.
Pensando alla vita di Sylvia Plath ho scritto i pensieri seguenti:
Io avevo il buio dentro che nascondeva la luce, poi un giorno il buio arrivò da fuori e la mia luce si manifestò, ora il buio è tutto fuori. Dovevo vedere che poteva spegnersi la mia luce per sempre, al di là del mio volere, per metterci tutta la volontà nell’accenderla, ma sono consapevole che ogni giorno devo fare un piccolo sforzo per mantenerla accesa.
Ora la luce c’è, anche se alcuni dicono che chi fa percorsi molto dolorosi e riesce a mantenersi saldo, spesso è costretto a mantenersi luminoso qualunque cosa accada e sorridere sempre. Io credo, invece, che non si è mai ingabbiati e costretti a sorridere dentro la luce. La luce è fatta per liberare, nel mio caso io riesco a piangere e ridere dentro la luce. Sono libera!
 
Questa luce… mi separa da Sylvia Plath e avere conosciuto il buio mi unisce a lei.
La vera sostanza della poesia, al di là di tutto, non è la bontà del messaggio trasmesso, tale messaggio può essere di speranza o disperazione, costruttivo o distruttivo, un inno alla vita o un’evocazione della morte, la vera sostanza della poesia è quel che rimane, una traccia di sofferenza, di gioia, di bellezza, la poesia è una piccola vita dentro la vita, pertanto contiene tutte le varietà della vita stessa.
Sylvia ha fatto molta fatica a rimanere da sola con se stessa e ha creduto spesso che la sua vita dipendesse da eventi esterni favorevoli o meno. La vera rinascita va cercata dentro. Non si può vivere scandendo la propria vita con la ricerca spasmodica di qualcuno che la renda migliore. Questo però, non esclude dei compagni di viaggio per condividere un percorso fino a che si seguono le stesse strade. Spesso la donna Sylvia Plath ha preferito mentire agli altri mostrando una facciata di soddisfazione, ha preferito chiudersi in illusioni senza gioia, andando contro la vera natura che guida l’umanità dell’uomo ed è l’amore, l’amore innato che è l’amore per se stessi. La poetessa Sylvia Plath, invece, è stata sincera, ha rivelato in ogni verso la sua anima, scrivere per lei è stato descrivere e conoscere, un modo di’indagare le proprie sofferenze, un modo di consolarsi con parole di una freddezza e crudezza sconsolata, un mondo inventato dalla sua oscura depressione vitale, dove i suoi versi come bestie affamate si alimentano dalla placenta che accresce il loro male. Nonostante la diversità di vedute non si può non entrare in empatia con i suoi versi, i sui versi si arrampicano lungo i sensi, provocano sudori gelidi e suscitano oscure domande; tutti noi abbiamo avuto, qualche volta nella vita la paura di non avere la forza per uscire da un grande tristezza o da un dolore, non tutti riescono a trovare l’orifizio della rinascita.
Sylvia Plath come tante donne, per la paura dell’abbandono, dopo la morte del padre, costruì un legame coniugale “Ted Hughes – dipendente”, lei si aggrappò a delle immagini ideali e visse a lungo di quelle immagini, come se fossero vere. Ed ecco quell’’altra Sylvia, quella che appariva al mondo, la Sylvia felice, che viveva, insieme a Ted e ai suoi due figli, un matrimonio ideale in cui i due si amavano e condividevano passioni, interessi e hobby. Ma la realtà ci dice tutt’altro, Sylvia confessa nella corrispondenza epistolare rivolta alla sua psichiatra di avere subito violenza domestica da parte del marito e che a causa di un’aggressione di Ted perse il suo secondo figlio.
 
 
“Limite
 
La donna ora è perfetta.
Il suo corpo
 
morto ha il sorriso della compiutezza,
l’illusione di una necessità greca
 
fluisce nei volumi della sua toga,
i suoi piedi
 
nudi sembrano dire:
Siamo arrivati fin qui, è finita.
 
I bambini morti si sono acciambellati,
ciascuno, bianco serpente,
 
presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.
Lei li ha raccolti
 
di nuovo nel suo corpo come i petali
di una rosa si chiudono quando il giardino
 
s’irrigidisce e sanguinano i profumi
dalle dolci gole profonde del fiore notturno.
 
La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso,
non ha motivo di essere triste.
 
E’ abituata a queste cose.
I suoi neri crepitano e tirano.”
 
Colgo nella poesia anteriore della Plath quello stato di sospensione tra l’essere nuova su un’altra riva o sprofondare giù, quasi cercando un’estrema via di fuga, ma colgo anche una dualità che divide la poetessa fra la vita e la morte, fra il mutamento e la follia.
Con la sua poetica, Sylvia Plath, è capace anche di attese infantili per la speranza della vita. A un certo punto, credo, che pensasse che il fatto di essere madre potesse salvarla. I riferimenti alla concezione e alla nascita sono costanti. I piccoli bambini che viaggiano nel corpo della madre, si coglie nella Plath un continuo stupore per la vita che nasce.
“L’amore ti mette in moto come un panciuto d’oro. L’ostetrica ti batte le piante dei piedi e il tuo nudo grido acquista uno spazio tra le cose del mondo.”
 
Sylvia Plath
 
 
A seguito ho scelto la poesia “Specchio” di Sylvia Plath perché anche a me mi ha fatto da specchio. Mi ha fatto riflettere sul fatto di quanto noi donne abbiamo bisogno di specchi per la nostra crescita, per non impietrire – quanto a volte ci identifichiamo con il mito epico di Medusa – davanti all’immagine che ci appartiene e a quella che immaginiamo di noi.
 
Credo che esistano due tipologie di specchi: uno esterno che ci serve per comprendere chi siamo noi nel mondo e nell’ambiente e uno specchio interiore che ci serve per auto analizzare quel che sentiamo, come vogliamo essere e cosa ci piace e cosa non ci piace di noi stessi. Guardarsi in questo secondo specchio ci può portare a rinascere, a oltrepassare la morte e decidere che è preferibile la vittoria sull’immobilità al fatto di non comprendersi mai appieno. Ma credo anche che lo stesso specchio interno ci possa portare alla morte, se non si coglie nelle delusioni riflesse dallo specchio esterno una possibilità di rinascita.
Spesso chi non riesce a sopportare l’incontro dell’immagine dello specchio esterno e quella dello specchio interno, non sopporta nemmeno la vita. Ed è questo incontro, questo impatto evidente che a Sylvia ha procurato tanta sofferenza, evidente nella sua scrittura. Il morbo oscuro le è nato dentro con lo shock della morte del suo amato padre all’età di nove anni.
 
“Specchio
 
Sono d’argento e rigoroso. Non ho preconcetti.
Quello che vedo lo ingoio all’istante
Così com’è, non velato da amore o da avversione.
Non sono crudele, sono solo veritiero –
L’occhio di un piccolo dio, quadrangolare.
Passo molte ore a meditare sulla parete di fronte.
È rosa e macchiettata. La guardo da tanto tempo
Che credo faccia parte del mio cuore. Ma c’è e non c’è.
facce e buio ci separano ripetutamente.
 
Ora sono un lago. Una donna si china su di me
cercando nella mia distesa ciò che essa è veramente.
Poi si volge alle candele o alla luna, quelle bugiarde.
Vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Lei mi ricompensa con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Va e viene.
Ogni mattina è sua la faccia che prende il posto del buio.
In me ha annegato una ragazza e in me una vecchia
Sale verso di lei giorno dopo giorno come un pesce tremendo.”
(Sylvia Plath; 23 ottobre 1961)
Nella poesia precedente si coglie la qualità e la forma dei poeti classici, ecco perché questa poetessa contemporanea ci appare a volte antica. I suoi versi hanno una qualità simbolica e metaforica delle immagini che cancella il referenziale e proietta il lettore in uno stato di tensione mentale di percezione mortuaria e di violenta bellezza turbinata fra pulsioni di vita e pulsioni di morte che rimugina sul mistero del mondo.
 
 
C’è una poesia del poeta Ezra Pound, molto amato dalla Palth, che s’intitola “Sul suo viso allo specchio” e che in qualche modo ricalca questo bisogno di rivedersi in specchio, per differenziare il sé dall’immagine riflessa. Adesso argomenterò, come in un mio precedente articolo, come Ezra Pound ha influenzato la poesia di Sylvia Plath?
 
A volte studiando un autore si conoscono altri, ed è questo che mi è successo con la biografia di Sylvia Plath (1932-1963), studiando la vita e la poetica di Sylvia Plath, ho imparato ad amare, anche, il poeta Ezra Pound, tanto amato dalla Plath.
Ezra Pound nacque a Halley negli Stati Uniti, nel 1885. E’ stato un poeta caratterizzato di un modo rivoluzionario di scrivere, di grande cambiamento. Pound ha giustapposto con maestria il poetico e il prosaico, ottenendo sottigliezze ritmiche e nuove espressioni metaforiche, con nuove forme verbali suggestive e simboliche.
 
Curiosità: morì in Italia nel 1972 e, fu anche in Italia, esattamente a Venezia, che pubblicò il suo primo libro di poesie: “A lume spento” nel 1908
 
Pound trascorse gran parte della sua vita in Europa. Nel 1943 venne accusato di tradimento dai suoi compatrioti e in seguito rinchiuso per tredici anni in un manicomio criminale presso Washington. Quindi la sua vita travagliata si riflette sulla sua poetica, caratterizzata da una vena lirica carica d’ironia e di sarcasmo. Pound ha un lirismo che trascina, e con mente centrifuga sconvolge il lettore, dato il suo stile stravagante, disperato e complesso.
 
A seguito alcune delle sue poesie di Ezra Pound che hanno ispirato la poetica della Plath:
 
“L’ALBERO
 
Immobile fui un albero nel bosco,
conobbi la verità di cose mai viste prima;
di Dafne e della fronda d’alloro
e di quei vecchi sposi che festeggiano gli dèi
e divennero un rovere in mezzo alla brughiera.
Essi poterono compiere un tale miracolo
solo dopo gli dèi furono
gentilmente pregati a accolti
al focolare della loro amata casa.
Sono stato comunque un albero nel bosco
e ho inteso molte cose nuove che prima
parevano follia alla mia mente.”
 
 
“THERENOS
 
Niente più sospiri per noi.
Non ci turba più la brezza del crepuscolo.
Ecco i bei morti!
Non ardo più.
non più il frullìo di ali
che ronzavano nell’aria sopra di noi.
Ecco i bei morti!
Il desiderio più non ci tormenta.
Non tremano più le nostre mani
quando si incontrano.
Ecco i bei morti!
Non più il vino delle labbra,
non più la sapienza per noi.
Ecco i bei morti!
Non più il torrente
non più il luogo d’incontro
(Ecco i bei morti!)
Tintagoeal.”
 
 
“RAGAZZA
 
L’albero mi è entrato nelle mani,
la linfa mi è salita nelle braccia,
l’albero mi è cresciuto nel petto-
fin nel profondo,
i rami escono da me come braccia.
Sei tu l’albero,
tu il muschio,
tu le violette carezzate dal vento.
Sei una fanciulla -alta così-
E tutto questo per il mondo è follia.”
 
 
“IL QUADRO
 
Gli occhi di questa defunta signora mi parlano,
perché qui c’era l’amore, non tale da essere affogato.
E qui c’era l’amore, non tale da essere cancellato dai baci.
Gli occhi di questa defunta signora mi parlano.”
 
L’opera di Ezra Pound mi è parsa grandiosa, multiforme, profondamente innovativa. Credo sia riuscita a demolire le barriere tra il linguaggio della poesia e della prosa.
Ezra Pound aveva uno stile diverso, ma colgo nella poetica di questo poeta una compiutezza tecnica simile alla perfezione tanto ricercata dalla Plath. La poetica di Pound è caratterizzata da una vena macabra e ironica, a volte sarcastica e sofisticata quanto quella della Plath. La poesia “Specchio” della Plath sembra sia una risposta alla poesia di Pound “Sul viso allo specchio”, con uno sguardo di vetro, Plath descrive il cambiamento, con versi colmi di lucidità.
Pound e Plath sono entrambi anticonformisti? No, non credo, Plath semmai peccò di orgoglio sopravvalutando le proprie forze, con la sua propensione al controllo e all’autocontrollo, oltre che con la sua ricerca di perfezione, invece, nella poetica di Pound si può cogliere una denuncia ironica della contagiosa idiozia dell’umanità, quella umanità che non sdegna la guerra, così legata alla falsità, agli onori e al denaro, ma una cosa accomuna i due, ed è il fatto di considerare il passato e il presente, la mitologia e la realtà quotidiana come una cosa sola. Riscontro nelle due poetiche una certa affinità di immagini e di metafore. Pertanto riporto sotto la poesia “Sul suo viso allo specchio” di Ezra Pound.
 
 
“SUL SUO VISO ALLO SPECCHIO
 
O strano viso nello specchio!
O compagnia ribalda, ospite
sacro, o folle
sconvolto dal dolore, che risposta?
O voi moltitudini che lottate,
giocate e svanite,
scherzate, sfidate, mentite!
Io? Io? Io?
E voi?”
 
 
Nello specchio vediamo come siamo o semplicemente abbracciamo un simposio di anime?
 
 
“SONO VERTICALE
 
Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
Che succhia minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie ogni marzo,
e nemmeno sono la bella di un’aiola
che attira la sua parte di Ooh , dipinta di colori stupendi,
ignara di dover presto sfiorire.
In confronto a me, un albero è immortale
La corolla di un fiore non alta, ma più sorprendente,
e a me manca la longevità dell’uno e l’audacia dell’altra.
 
Questa notte, sotto l’infinitesima luce delle stelle,
alberi e fiori vanno spargendo i loro freddi profumi.
Cammino in mezzo a loro, ma nessuno mi nota.
A volte io penso che è quando dormo
Che assomiglio loro più perfettamente-
i pensieri offuscati.
L’essere distesa mi è più naturale.
Allora c’è aperto colloquio tra il cielo e me
e sarò utile quando sarò distesa per sempre:
forse allora gli alberi mi toccheranno e i fiori avranno
tempo per me.”
Nella poesia anteriore Sylvia Plath, vuole privare la morte dal significato che le è sempre stato attributo di “fine”, per lei con la morte si passa da un piano di durezza e di difficoltà di vivere a un piano d’abbandono, la poetessa con la mente afferrata dalla metafisica crede di recuperare se stessa tramite la morte. Secondo lei solo attraverso la morte si può conoscere lo stato primordiale di abbandono, la morte porta con sé solo un nuovo alfabete dell’apprendere, parla con un linguaggio che perde le misure per gonfiarsi nei riflessi di un nuovo inizio, dove il corpo lascia di essere corpo per divenire poesia e affidarsi ai fiori, che finalmente trovano il tempo per accarezzare il corpo.
Nella seguente poesia Sylvia Plath rivolge la poesia contro se stessa, con un distacco freddo, fa violenza alla propria persona, in modo tale che può uguagliare i danni subiti con i danni che lei stessa si fa auto-lesionandosi. L’odio verso il dolore subito per i vari abbandoni lo indirizza verso sé, ma la sofferenza individuale, l’oppressione auto-inflittasi diviene anche la sofferenza del mondo. Ed è in questa nuova luce che Sylvia confessa la sua sensibilità.
 
 
“MONOLOGO ALLE 3 DI NOTTE
 
Meglio che ogni fibra si spezzi
e il furore dilaghi,
e il sangue vivo inzuppi
letto, tappeto, pavimento
e l’almanacco istoriato di serpenti
che ti conferma
a un milione di verdi contee da qui,
che non sedere muta, con questi spasmi
sotto stelle pungenti,
con l’occhio fisso, con maledizioni
ad annerire il momento in cui
furono detti gli addii e lasciati andare i treni
e io, grande idiota magnanima, fui così strappata
al mio unico regno.”
 
 
Ouija (spesso pronunciata wee-gee o chiamata scatola weegee in inglese) è una superficie piatta sulla quale sono disegnate tutte le lettere dell’alfabeto, i numeri dallo 0 al 9, spesso un si ed un no ed altri simboli, il cui utilizzo è abbinato ad una lancetta mobile. Lo scopo di tale tavoletta è porre delle domande alle anime dei defunti, che attraverso un medium, fanno sì che la lancetta si muova sulla tavola Ouija e componga, utilizzando le lettere, la risposta.
 
 
“OUIJA
 
È un dio gelido, un dio delle ombre
quello che sale al bicchiere dai suoi neri abissi.
Alla finestra i non nati, i disfatti
si adunano con fragile pallore di falena,
un’invidia fosforescente nelle ali.
Vermigli, bronzi, i colori del sole.
Nel fuoco di carbone non li consolano del tutto.
del calore del sangue che farebbe imporporare o ritornare.
Immagina la loro profonda fame, profonda come il buio,
del colore del sangue che farebbe imporporare o ritornare.
La bocca del bicchiere succhia quel calore dal mio dito.
Il vecchio dio gocciola in cambio le sue parole.
 
Il vecchio dio scrive anche lui aurea poesia
In modi bruniti, vagabondando nei deserti,
onesto cronachista di ogni sconcia declinazione.
La vecchiaia e secoli di prosa hanno sciolto
Il turbine della sua lingua, smorzato la sua indole eccessiva
Quando le parole, come locuste, tambureggiavano nell’aria
Che scuriva
Lasciandosi dietro torsoli nudi sbatacchianti.
I cieli che mostravano una divina alterezza azzurra
Si avviluppano su noi, scendono caliginosi,
sempre più fitti di pulviscolo, a sposare il fango.
 
Lui leva alla putrida regina dai capelli di croco
Che possiede afrodisiaci più salati
Delle lacrime di vergini. Quella lasciva regina della morte,
i suoi messi verminosi gli divorano le ossa.
Ma lui continua a cantarne il succo, ardente nettarina.
Lo vedo, coriaceo e resistente, interpretare
I duri ciottoli smossi dall’aratro
Come ponderabili pegni dell’amore di lei.
Divino, vacillante, compita
Con queste lettere non un conciso Gabriele
Ma fioritamente le proprie amorose nostalgie.”
Ho scelto di finire con questa poesia perché è una poesia evocativa, ritualistica, esorcizza la vita in simboli, parole, immagini. I morti della Plath non hanno mai del tutto pace perché riaccendono costantemente il loro dramma nei vivi ed ecco che lei li evoca, perché secondo la poetessa i morti ci originano e costituiscono la nostra eredità. Nella poesia anteriore si può cogliere tutta l’ebbrezza degli abissi.
A seguito vi propongo i miei versi dedicati a Sylvia Plath.
 
 
COORDINATE CARTESIANE
 
Siamo state per un tempo indefinito
a guardare un cielo simile,
la luna non è più la stessa,
non lascia versi dietro di sé.
La luna è una piccola luce ora,
nasconde montagne di sguardi
nell’attesa che giace greve sulle palpebre.
Inesplicabile fatale agonia
guardare ancora la luna
e trovare voci che sovrastano
il piccolo cosmo scosso
delle vecchie strade.
Quanto ho camminato per queste strade!
Ho pensato alla mia vita, alla tua,
e ho guardato dove i cieli
si partono in quattro
Nord, Sud, Ovest, Est,
abitudine dell’uomo
orientarsi con le coordinate.
Confesso che mi sento perplessa
di questa divisione
fra la tua vita e la mia.
 
 
UN AMORE FINITO
(dedicata a Sylvia Plath)
 
Ci vuole coraggio
per dire basta alle bugie;
ti si è voluto tanto, Sylvia Plath,
per dire: “via, vattene Ted!”
Dirlo è stato come morire disperatamente,
come aprire lentamente
quelle porte che si spalancano
fuori dal mondo.
Ma piuttosto sola, immensamente sola,
parte del nulla nel luogo migliore
di tutti i vuoti.
Piuttosto arretrare il corpo
premere il cuore a pugni chiusi,
confondersi con i secoli di cenere,
da donna frustrata, abbandonata,
con il cuore aggrappato a un’unica promessa
di quell’amore
che aveva giurato di non lasciarti.
Per te è stato meglio sopravviverti
ad ammettere spiegazioni che giustifichino
altre e ancora altre bugie .
Dunque finiamola sorridendo dal fondo
perché vivere morendo
è una cosa seria.
 
 
Sylvia Plath ho visto con i tuoi occhi
e così dalla mia sedia,
affacciata alla tomba di un amore finito,
ti mando segnali di un mondo altro.
Vorrei guardare la tua vita con occhi profilattici
perché vorrei arrestare il tempo
prima della nascita di quei teneri rancori,
di quei gemiti di martiri sospiri
che ti hanno racchiusa dentro
un addio senza pianto,
dove l’epitaffio non è una scritta di morte,
bensì una relazione d’assenza
da parte di chi era morta da tanto.
 
Ho dedicato molto tempo a studiare questa poetessa ma ancora la sua vita mi appare frammentaria, quello che si racconta di lei sembrano sparse notizie e spesso ci si centralizza sulla sua vita e suo profilo psicologico, lasciando in secondo piano la grandezza e la profondità della poetica, carica di metafore e parafrasi che sfumano nel mistero, nell’enigma, nell’infinito, con una formulazione precisa degli elementi surrealistici e una psicosemantica che ricorre al “preconscio” e si incarna in una dimensione mentale quasi tellurica, tenebrosa e a volte recessiva, con elementi infantili innocenti, dove la pure presenza dell’anima è una spinta verso l’onirico modulo della morte.
A volte si vuole scrivere su il creato di un artista e per comprendere la sua arte, ci si addentra nella sua vita, siamo certamente di fronte a una donna con una straordinaria sensibilità e capacità di risonanza affettiva, con un temperamento se pur forte troppo esposto alla società e alle sue regole. Pertanto, sono bastati piccoli stimoli ambientali per determinare i viraggi di umore della Plath, in senso entusiastico o in senso di autodistruzione, depressione e tristezza. Sylvia mascherava se stessa con la sua poesia, in grado di cogliere tutti i dettagli in modo ironico e distaccato, come una creatura mistica, colma di fatalità poetica e di un permanente desiderio di morte, lei uccideva se stessa con la poesia, perché sentiva nei versi i suoi figli, dal quale si aspettava, forse, fin troppo.
 
 
“STILLBORN
 
These poems do not live: it’s a sad diagnosis.
They grew their toes and fingers well enoug,
Their little foreheads bulged with concentration.
If they missed out on walking about like people
It was’t for any lack of mother-love.
 
O I cannot understand what happened to them!
They are proper in shape and number and every part.
They sit so nicely in the pickling fluid!
They smile and smile and smile and smile at me.
And still the lungs won’t fill and the heart won’t start.
 
They are not pigs, they are not even fish,
Though they have a piggy and a fishy air-
It would be better if their mother near dead with distraction,
And they stupidly stare, and do not speak of her.”
 
Sylvia Plath
 
 
“NATE MORTE
 
Queste poesie non vivono: è una triste diagnosi.
Mai e piedi sono cresciuti come si deve.
Le piccole fronti si sono incurvate dalla concentrazione.
Se si son perse la possibilità di camminare
Non è stata per mancanza di amor materno.
 
Oh, proprio non capisco cosa gli sia successo!
Hanno quel che ci vuole: forma, numeri, tutto.
Stanno così bene nella loro salamoia!
Mi sorridono, e sorridono, sorridono, sorridono.
Ma i loro polmoni non vogliono saperne di riempirsi e il cuore non batte.
 
Non sono maialini e neppure sono pesci,
anche se qualcosa del maiale o del pesce ce l’hanno-
sarebbe meglio se fossero vive anche con questo aspetto.
Ma sono morte e la madre è quasi morta dall’angoscia,
e loro spalancano gli occhi sciocchi e non parlano di lei.”
 
(traduzione della poesia anteriore)
 
 
Yuleisy Cruz Lezcano
 
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