Frammento da  “Il confine della nebbia” / Shpend Sollaku Noé

Frammento da  “Il confine della nebbia”

…Aveva ancora trenta minuti, prima di andare da Evelina Chieroldi. Entrò velocemente in biblioteca e cercò qualcosa sull’arte egizia, qualcosa di molto rappresentativo. Niente gatti divinizzati. Il felis silvestris lybica, immortalato in migliaia di statue e affreschi antichi accanto ai faraoni, non gli era mai stato simpatico, forse per la natura sleale di quel felino, forse perché intoccabile per volontà dei potenti. Desiderava qualcosa di più terrestre.
E la scelta fu immediata: Nefertiti, la regina dell’Altes Museum di Berlino. Fotocopiò diversi ritratti. Erano simili tra loro, perché an­che la fonte da imitare, fotografare o pitturare era unica: quel mezzo busto tro­vato dall’orgogliosissimo archeologo tedesco Ludwig Borchardt.
Si mise a descrivere in poche righe quel che lo scultore del faraone, dopo migliaia di anni, poteva trasmettergli. Purtroppo, non tro­vò tanti dettagli degni dei commenti di uno scolaro. Chiese informazioni allo sguardo dell’unica pupilla della regina arrivata fino ai nostri giorni; volle riempire il vuoto dell’altro occhio. Quel suo mezzo oculo freddo lo trovò perfino minaccioso. “Dai, spudorato, infantile, fragile omino, chi sei tu che osi giudicarmi? Hai solo una possibilità: ammirarmi!” gli sembrò di sentire uscire da quelle gelide labbra.
«Eh sì,» Amarildo iniziò a parlare al ritratto raggelante «forse sarebbe meglio descrivere soltanto i colori, il collo così lungo, il naso quasi greco, gli occhi pressappoco orientali, il mento che somiglia così tanto a quello di mia nonna a Croia, le ciglia nere come quelle di mia madre, le guance come quelle di gìco Didì. E le orecchie? Sono tali e quali a quelle di nonna Era.»
Tutto ciò che il ragazzo riusciva a ricavare da quel ritratto lo portava sempre più verso il Sud. Provò a risalire gli Appennini e a mettere di fronte alla regina egizia qualcosa di più nordico. Inutilmente. «E i capelli? Com’erano i tuoi capelli Nefertiti? Non riesco a giudicarli sotto il tuo copricapo celeste. Però, se le sopracciglia erano nere, anche i capelli do­vevano essere neri, se non tinti. Non posso immaginare una regina dei deserti dai capelli biondi. Su, faraona fatale, raccontami un’altra storia che nessuno finora ha potuto sapere. Com’eri da Nefertiti, prima di diventare Ne­fer-Neferu-Aton? Senz’altro troppo nefer. Cos’è successo al tuo ritratto fra la scalata verso le galassie e la discesa sotto la raccapric­ciante Valle dei Re?»
Il ragazzo aveva quasi trovato la somiglianza dell’aspetto. Gli mancavano solo le labbra, belle e carnose. Furono congenite o un capolavoro dei migliori esperti imbalsamatori, se non dei chirurghi plastici di allora, ignorati sotto la polvere?
Mise le fotocopie in tasca e uscì un po’ traballante. Le carte in tasca pesavano. Gli sembrò di aver sotto la giacca un pezzo di sarco­fago. Prese la strada verso casa di Evelina. Vai Akhenaton. Ma no, non si identificava nell’eretico faraone e non gli piacevano affatto alcuni dei suoi simulacri da ermafrodita.
A casa di Evelina Chieroldi regnava una calma innaturale. Niente musicassette, taciturno il 45 giri, la tv spenta. Si misero a studiare alla scrivania di lei, leggendo ciascuno i suoi appunti, per poi discuterne. Come l’OST di quella strana lettura si sentiva soltanto il tic-tac dell’orologio appeso al muro, interrotto soltanto dai rari salti dei pesciolini rossi e blu nel piccolo acquario, fino a quando Evelina non si mosse verso di lui proponendogli: «Vediamo prima i tuoi appunti? O preferisci iniziare con i miei?».
«Come vuoi,» fece Amarildo «per me è uguale.»
«Allora vediamo i tuoi» decise lei e si avvicinò al ragazzo. Lui iniziò a farle vedere gli appunti e le fotocopie per concretizzare le sue idee per la regina perniciosa, prendendo in prestito anche citazioni dall’ultima monografia dedicata a Nefertiti. Evelina sentiva la voce flemmatica del ragazzo non facendo, come invece lui si aspettava, alcuna domanda. Con la coda dell’occhio Amarildo sbirciò il suo profilo. Stranamente, per la prima volta da quando l’aveva conosciuta, gli parve che il profilo di Evelina somigliasse molto a quello di Nefertiti. Non era identico, ma ci mancava poco. Il naso dritto, il mento leggermente uscito dal baricentro del viso, il collo sottile, lungo e fragile e la fronte alta erano perfetti per trasformarla, con un tocco svelto di trucco, in una sosia di successo della celebre regina egizia. Soltanto le sopracciglia erano un po’ diverse e anche i capelli, di colore biondo scuro. “Salve, Nefertiti della Pianura Padana!” era sul punto di sussurrarle. Sentì al suo fianco sinistro il contatto del fianco destro di lei. Lui voleva spostarsi un po’ a destra, ma non lo fece, come le altre volte, quando nella stanza irrompevano i suoi genitori. Non poteva sapere cosa pensasse Evelina in quei momenti. Restò ancora fermo e forse lei lo prese per un’approvazione. Ascoltava le parole del ragazzo sul tema egizio e annuiva, avvicinandosi ancora, ancora, an­cora. Lui sentì il fiato accelerato di lei che gli riscaldava l’orecchio, la gamba di lei attaccarsi alla sua, poi la punta di un rilievo duro del corpo di Evelina che gli pungeva il braccio.
Quel che è successo dopo Amarildo Oresti non poté capirlo, nemmeno spiegarlo. I suoi alti e bassi, al contrario dei movimenti di lei, erano veloci, ma non esaustivi. Se fosse stato messo un registratore, dal nastro si sarebbero sentiti soltanto i gemiti della ragazza. Sarebbe sembrato un monologo sessuale al femminile e nient’altro. Lui non cercò di capire il perché. Non l’avrebbe trovato in nessun libro, in nessuna videocassetta, in nessun manuale per il sesso.
Non dovrebbe esistere un atto più individuale di quel piacere speciale che nasce e muore autentico dentro un solo corpo. Le esperienze degli altri dovrebbero essere sempre diverse, da quando le anime e i corpi sono tutti diversi tra loro, pensò Amarildo. Era un suo pensiero o l’aveva letto da qualche parte?!
Il ragazzo non fu affatto in grado di precisare per quanto i loro corpi continuarono a ruzzolare. Gli avevano detto che a un personaggio di Maupassant, per bruciarsi con una donna, era bastato il tempo che serve a fumare una sigaretta. Era Maupassant o qualcun altro? La memoria non lo aiutava, era confuso, forse perché non ave­va mai fumato una sigaretta. Tra altre ombre che lo perseguitavano, Amarildo non poté tro­vare neanche la ragione del suo avaro godimento.
Una volta, sulla Bifta, tra una gara e l’altra con le birocie, Ladi di Gonxhe aveva fatto per la prima volta in assoluto la domanda beffarda: «Ragazzi, quando si fa sesso, chi gode di più, il maschio o la femmina?». I ragazzini erano rimasti tutti di stucco. Ovviamente la loro età non garantiva alcuna esperienza nel campo del sesso. Nelle scuole l’argomento era un tabù. Lo Stato proibiva la lettura di libri di quella materia piena di misteri. Con gli adulti era impossibile parlarne. Anche loro forse avevano aspettato di acquisire tale esperienza dopo i fidanzamenti o i matrimoni. Per la maggior parte delle donne, sino alla fine degli anni Novanta, mantenere intatta la verginità era ancora l’obbligo-virtù da sciogliere soltanto nella notte magica, ovvero quando si chiudevano con lo sposo nella stanza matrimoniale. In tempi passati erano esistite perfino le pratiche dell’esposizione, sul balcone o sul recinto del cortile, del lenzuolo ad angoli, per far vedere a tutti che la nuora era stata sverginata proprio dal marito nella prima notte delle nozze. Quella macchia rossa scura sul lenzuolo era nello stesso tempo anche segno di indubbia virilità dello sposo. La prassi fu un’efficace prova di castità fino a quando i primi chirurghi clandestini non iniziarono a cucire l’imene delle tante donne che non vo­levano perdere il futuro marito, per colpa di quella maledetta membrana deflorata. Le ragazze che non potevano permettersi né il chirurgo né il cerusico, erano pronte a giurare di averlo lacerato accidentalmente, forse per colpa del sellino della bici.
La gente giurava che il reddito di un cucitore di vagine superasse perfino quello del ministro della Sanità.
Amarildo non osò guardare sotto la scrivania di Evelina, sul tappe­to, dove consumarono l’atto osceno, se ci fossero gocce di sangue. Sarebbe stato difficile trovarle in quel tessuto coloratissimo dominato dalle macchiette rosse. Permette, signorina Evelina Chieroldi, posso stendere quel tappeto sul balcone? Ma no, cosa dici, da noi sarebbe considerato folclore medioevale.
Evelina era andata a pulirsi in bagno e il dialogo, ovviamente, il ragazzo lo fece con il tappeto. Ritornò virtualmente sulla Bifta, preda di quella domanda blasfema di Ladi di Gonxhe. Perché ormai era convinto che Evelina fosse andata in estasi, mentre lui…
«Allora chi gode di più, la sgualdrina o…» Ladi era diventato se­rio. La parola “sgualdrina” allontanava l’idea che si potesse trattare anche delle donne delle loro famiglie. Tacevano tutti. Poi Yoti di Didì si era rivolto ad Amarildo con un siluro: «Quella notte che sei entrato in quella tomba…!».
«Cosa vuoi da me?!» aveva detto Amarildo.
«Loro erano in due, vero? E scopavano» era andato avanti Yoti.
«Che ne so!» aveva detto perplesso Amarildo.
«Come che ne sai, ti sei svegliato per via del loro terremoto sessuale.»
«Ma che terremoto e terremoto. Io là sotto dormivo e basta. Ho sentito il cruc-crac della lastra, ma non chi di loro due urlava di più.»
«Ah, giusto, forse non hanno voluto svegliare i morti!» aveva ironizzato Yoti di Didì, convinto che Amarildo gli nascondesse qualcosa.
«Dunque,» Ladi di Gonxhe aveva riaperto ancora una volta l’argo­mento spinoso «non abbiamo altre testimonianze tranne questa del nostro “siciliano” che non ha visto, non ha sentito, non ne sa nulla.»
«Io una proposta ce l’avrei» era intervenuto Bledi di Kie. Di solito non apriva bocca, ma quella volta l’argomento svegliava gli immaturi istinti maschili di tutti.
«Ne sai qualcosa, Jean-Paul Belmondo?» aveva ironizzato ancora Yoti di Didì.
«Il paragone mi lusinga» aveva risposto seriamente Bledi di Kie «anche se nasce cinicamente dalla somiglianza del mio naso con quello dell’attore. In ogni modo, la mia proposta la farei lo stesso. Andiamo da Arun lo Sciuscià. Lui ha visto tanti film indiani. Tante donne si fermano da Arun per lustrare i tacchi, sedendosi spesso in modo molto dubbio davanti ai suoi occhi da pirata. Oh, una volta ho visto anch’io una che face­va vedere le mutande e non aveva neanche rasato il pelo in fondo alle cosce! Ragazzi, l’unico che può dirci qualcosa sulle donne è Arun. Che ne dite, andiamo?»
Arun l’Indiano non si era stupito affatto della loro insolita domanda. Ci aveva pensato un attimo, poi aveva deciso di parlare: «Tanto qualcuno vi dovrà pur dire, non so che, su certe cose. Allora volete sapere chi gode di più, l’uomo o la donna?».
I ragazzini avevano aperto bene le orecchie. Lo sciuscià aveva smesso per un attimo di lustrare scarpe, aveva pesato non poco le parole, poi aveva detto: «A volte tutti voi avete prurito dentro l’orecchio…».
«Eh eh…» avevano fatto i ragazzini.
«E cosa fate in quell’occasione?»
«Ci grattiamo!» aveva detto sbrigativo Yoti di Didì.
«Va bene. In quel caso, chi sente più piacere, l’orecchio o il dito?» aveva chiuso “le spiegazioni” lo sciuscià.
Non c’era stato bisogno di dargli una risposta. I ragazzini avevano ringraziato un po’ turbati ed erano risaliti verso Bifta. Nessuno di loro aveva parlato più fino alla cima della collina…
Evelina Chieroldi tornò dal bagno rilassata. Profumava di fragola ed espandeva nella sua stanza luce e serenità. Si mise di nuovo accanto al ragazzo e appoggiò la testa sulla parte sinistra del suo petto.
«Vorrei sentire il battito del tuo cuore» disse e come una gatta strofinava il torace di Amarildo con le sue guance. «Non sento nulla» sussurrò poi lei e si mise ancora alla ricerca del ritmo che doveva testimoniare l’allarme emozionale del ragazzo. «Ce l’hai un cuore, vero?» chiese prima di spostarsi delusa.
«Basta cercarlo» la stimolò lui non tanto volentieri. Lei si rimise a cercare per sentire sotto le costole quell’organo di Amarildo che per antonomasia rappresenta l’amore. Non riuscì a sentire ancora nulla. Si ritirò per un attimo arrabbiata, e lo pregò: «Portami l’orecchio sopra il tuo cuore».
Il ragazzo spostò lentamente la guancia di Evelina verso la destra del suo petto. Lei obbedì senza opporsi, prendendolo per uno scherzo. Alla fine sentì il battito nella parte del torace del ragazzo in cui non immaginava proprio di trovare il cuore: a destra. Saltò come una gatta alla quale avevano pestato una zampa. «Com’è possibile che il battito si senta a destra?»
«Perché il mio cuore si trova a destra!» rispose tranquillo Amarildo.
«Davvero? E questa sarebbe una malattia, un incidente o cosa?!»
«Niente incidenti, niente malattie, niente frane degli organi. Il cuo­re sta là dalla mia nascita» disse svogliato il ragazzo.
«E puoi fare una vita normale?» chiese dubbiosa lei.
«Più che normale, non la vedi?» fece lui, ancor di più infastidito.
Evelina si rimise seduta, ma stavolta alla destra di Amarildo. Lo guardava come fosse un alieno. C’era ammirazione nello sguardo della ragazza e anche un po’ di spavento. “Cosa pensi, Nefertiti bionda,” voleva dirle il ragazzo “che il cuore a destra potrebbe essere la ragione della mia freddezza? Ma no. È così, perché è successo tutto in fretta, perché forse l’orecchio ci mette poco a riscaldarsi, mentre il dito… E io non mi credo un isterico, a cui basta un contatto occasionale per venire, come quello a cui è sufficiente un secondo, nell’autobus affollato, con il sedere della donna aggrappata a fatica agli appigli davanti, che l’inerzia delle curve sbatte verso il suo corpo”.
Non c’era più niente da discutere su varie regine e re egizi. Amarildo Oresti si alzò, raccogliendo i suoi appunti, i libri e le fotocopie, per far capire a Evelina Chieroldi che sarebbe stato meglio tornarsene a casa.
«Ti rivedrò?» chiese lei.
Il ragazzo non si stupì della sua domanda. Stava per andarsene con un po’ di fretta? O magari lei dubitava dell’utilità della cosa successa poco prima tra loro. Succede a tutti di essere pentiti? E subito dopo l’atto? Lei ne aveva altre di esperienze? Era molto probabile, perché lui non aveva sentito “là”, dentro di lei, la lacerazione di qualcosa e neanche quell’urlo doloroso descritto in un libro di Kazàzi che aveva letto pochi mesi prima.
«Perché no?» fece il ragazzo un po’ in ritardo. Non fece nient’altro però, non le diede né un bacio, né carezze sui capelli e iniziò a camminare verso il portone. Lei lo fermò da dietro e, maliziosa, chiese: «Lo sanno altri?».
«Cosa?»
«Che il tuo cuore…»
«Certo che lo sanno. Oltre ai miei genitori, tutti gli amici della mia città natale. Anzi, l’intero quartiere e forse tutta la città. Non è un argo­mento così importante da essere tenuto segreto» concluse Amarildo, non senza un pizzico di ironia, e aprì la porta.
Lei lo fermò ancora. Gli diede un bacio dietro l’orecchio e fece un gesto con la mano per fargli capire che il ragazzo era libero di uscire. Restò lassù, sul giroscale, finché Amarildo non saltò l’ultimo scalino per scomparire dietro il portone del palazzo….

 

Shpend Sollaku Noé

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