Due poetesse dei nostri tempi: Angela Caccia e Carla De Angelis / Di Claudia Piccinno

Due poetesse dei nostri tempi: Angela Caccia e Carla De Angelis

Non saprei se tra loro si conoscono, ma io ritengo siano entrambe degne d’attenzione nel panorama poetico contemporaneo, perché entrambe descrivono il quotidiano e s’interrogano sulla poesia alla quale riconoscono un potere illuminante(scintilla per Angela, favilla per Carla) che squarcerà le tenebre della barbarie.

Angela Caccia è nata nel 1958, e risiede a Crotone (KR).

Ha effettuato studi classici e ha una laurea in scienze giuridiche.

Dal 2006 al 2011 ha coordinato l’Ass. Culturale Le Madie

Dopo un fermo di sette anni, ha ripreso la partecipazione a concorsi letterari.

Suoi contributi mensili sono presenti sulla rivista culturale on line Versante ripido di cui ha coordinato il lavoro di recensione a libri di poesia. Molti i blog, i siti e le riviste che hanno scritto sulla sua poesia:

Oubliette magazine, Patria Letteratura, Altritaliani, La Recherche, Blog RAI poesia di Luigia Sorrentino, Sololibri.net, Via Cialdini, Estroverso, LetterMagazine, Liberolibro, Kult Virtual press, Chronicalibri, Blog Letteratura e Cultura, La stanza di Erato, Circumnavigare, Il paradiso degli Orchi, Versante ripido, Satura, il blog Poesia de Il Corriere della sera

Presente in molte antologie, vincitrice di numerosi concorsi letterari, ha pubblicato tre volumi di poesie per Fara editore : Nel fruscio feroce degli ulivi, Il tocco alabarico del dubbio e Accecate i cantori, uno con Lietocolle:Piccoli forse che le vale il Primo premio assoluto al Premio Letterario internaz.indipendente ed il 1’ Posto Premio PLII (organizzato da Spagna Francia e Italia).

Alcuni suoi inediti sono stati recentemente tradotti in inglese dal professore Adeodato Piazza Nicolai.

In tutti i suoi componimenti si respira la ricerca di una scintilla che possa conciliare nell’uomo pragmatismo e spiritualità, questa scintilla altro non è che la Poesia.

Ma è la vita stessa che le detta i versi.

Mi sono soffermata in modo particolare sull’ultima silloge edita:Accecate i cantori.

A chi conferma rotte/calando il piede/nella traccia buona/già calcata/a chi ne imprime di nuove/col coraggio e la solitudine/della prima orma.

Una dedica ch’è già poesia, questo l’incipit del volume della Caccia che affascina il lettore e gli preannuncia i temi: il coraggio e la solitudine, nel dettaglio oserei dire il coraggio delle donne e la solitudine delle donne “poetesse” che senza nulla togliere alla solitudine delle altre donne, io comprendo all’istante: “tra due solitudini/ resta un verso/ la chiacchera migliore.

In questa raccolta si respira nel magistero della parola anche la maieutica dei silenzi, tutto insegna a porsi in ascolto: poesia è quanto – d’amore /o dei suoi fallimenti – passa dalle mani/grandi silenzi acquattati tra le sillabe/– la voce, la voce è un tornare in pista – qui/sul foglio, resto negli argini di un bosco…                             Scorrono tra i versi contorni di boschi, stanze chiuse (ci sono stanze col solito tanfo di solitudine), case vuote…tutto allude a una reliquia il silenzio..e in quel silenzio vi è memoria dei tempi andati, la sacralità delle nostre pareti, ma vi è anche tanta solitudine, infatti perfino il raggio che cade dalle vetrate di casa tua /non tocca terra – e come Te – resta un’isola.

Vi è una madre …sconfinata in dolcezze di nebbie e una figlia costretta a far da madre, mentre la poesia sta dietro, in agguato e si fa largo pian piano a darmi le ali del mattino e sollevarmi dalla fossa, un baratro chiamato quotidiano…ecco la confessione della Nostra “incinta sempre di un verso”.

E’ la vita che detta i versi ad Angela, la sua sensibilità accentuata e un talento innato le consentono l’ascolto e la trasposizione su carta, la conversazione col foglio che diventa un rapporto di verità con le parole e riesce a spostare confini.

Non è statica contemplazione la poesia di questa raccolta, non solo sposta confini e acceca i cantori, ma è un’abile acrobazia, un sogno a piccoli passi, un frullio sui petali, è gesto del seminatore, benché sia assodato che ogni poesia è fatta di assenza di assenze /di farfalle infilzate sul foglio…

E ce lo ricorda la quotidianità, sul davanzale la forma di un vaso che urla il vuoto dove prima c’era la ciotola di creta.

Tuttavia occorre frugare oltre e non fidarsi più degli occhi, ecco dunque la necessità invocata nel titolo, solo se accecate i cantori si potenzieranno i sensi buoni dei poeti, il tatto e l’ascolto perché

per raccontare il cammino, bisogna gustarsi anche le attese ed è nello spazio vuoto la rivelazione.

 

Carla De Angelis è nata e vive a Roma. Sue poesie e racconti sono presenti in riviste e antologie edite da Perrone, Estroverso, David & Matthaus, Limina Mentis, Delta3, Pagine, Aletti. Ha ricevuto vari premi e riconoscimenti. Con Fara ha pubblicato in poesia: Salutami il mare (2006), A dieci minuti da Urano (2010), I giorni e le strade (2014). Con Stefano Martello ha realizzato i saggi: Diversità apparenti (2007), Il resto (parziale) della storia (2008), Il valore dello scarto (2016). Suoi versi nelle antologie Il silenzio della poesia (2007), Poeti profeti? (2008), Chi scrive ha fede? (2013) e nelle antologie del Concorso “Come farfalle diventeremo immensità” (ultima Il coraggio del bene, 2017). Nel 2011 esce Mi vestirei di mare (Progetto Cultura). Ha ideato e cocurato le antologie Corviale cerca poeti per la Biblioteca “Renato Nicolini” di Roma con la quale collabora tutt’ora.

Di Carla ho letto Mi fido del mare, Fara editore.

Profumano i versi di Carla De Angelis, profumano di autenticità, di spiritualità, di bellezza.

S’intuisce un’anima limpida eppure inquieta, spezzata dal disincanto, eppure fiduciosa.

Non ho mai incontrato la poetessa, ma nei suoi scritti ne ho colto l’essenza.

Lei si fida del mare e al mare è accomunata dal movimento, dalla ricerca perenne di un equilibrio tra onda anomala e calma piatta, tra alta marea dell’entusiasmo e bassa marea della pace interiore.

La sua poesia è piena di quesiti espliciti e impliciti  “la luna:..rubò qualcosa di te/ basterà una vita per ritrovarlo?”“non mi sottraggo al dubbio/ la differenza è nel seme o nella terra?”

Emerge la necessità di distillare parole capaci/ di camminare tra il bene e il male.

L’autrice interrogandosi sul suo scrivere teme che il lettore possa chiedersi  “è carne o pesce, terra o mare?”

Ma ben presto mi accorgo che gli stessi suoi versi le rispondono “ Non voglio riparo dalla pioggia/ né far tacere le voci che/ dentro e fuori sciolgono parole”

La poesia non si spiega, la poesia si percepisce, e soprattutto non può evitare le faville.

Nei versi della Nostra non c’è solo il mare, c’è anche tanta terra, c’è la semina e la fatica della formica, c’è il grano, l’albero d’ulivo, il rosso del geranio  e c’è anche tanto cielo, abitato da sole, vento, tuoni, ombre e angeli.

C’è la quotidianità, la gioia delle piccole cose :”Ogni rientro prevede un dono/ alla casa al giardino al gatto alla dispensa / questi vasi comunicanti sono il piacere del tempo/ porto sulle spalle/ quel milione di cose come pegno alla vita.”

C’è la notte di Natale e c’è anche la morte: “ Perché correre sudare scegliere se poi/ un niente asciugherà il respiro?” e poi la consapevolezza che la morte fa parte della vita e con naturalezza Ella afferma: “Amo così tanto il mare / che vedrei azzurra anche la morte/ se mi cogliesse mentre nuoto/ verso l’altra sponda”

Una scrittura che emoziona nel suo costante peregrinare da un dubbio all’altro, uno stile che rifiuta la punteggiatura perché in continua evoluzione, ma che non per questo rifugge dalla sosta introspettiva, anzi si sofferma sull’inciampo dell’ape che ruba al fiore e io come lei “ faccio il girotondo immersa/ in strati di mappe/ cerco il posto che mi spetta  nel cerchio…”

 

Claudia Piccinno

Approfondimenti possibili ai seguenti link

http://ilciottolo.blogspot.it/

http://www.faraeditore.it/html/filoversi/mifidodelmare.html

 

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