IN PUNTA DI LIBRO……di Domenico Pisana. La silloge poetica, “Il sapore alterato del grido”, del docente romeno dell’Università Babeş-Bolyai, Stefan Damian

IN PUNTA DI LIBRO……di Domenico Pisana. La silloge poetica, “Il sapore alterato del grido”, del docente romeno dell’Università Babeş-Bolyai, Stefan Damian

Poeta e scrittore di rigore intellettuale fra i più significativi nell’ambito della letteratura romena contemporanea, nonché acuto scrittore e osservatore della realtà, Stefan Damian è sicuramente un autore che si lascia “abitare dalla parola poetica” (“…E restiamo all’improvviso scombussolati dal desiderio di abitare le parole…”) per trarre da essa – direbbe Ungaretti – la profondità dei segreti. E’, infatti, la parola, in questa raccolta dal titolo “Il sapore alterato del grido” , tradotta in italiano da Aracne Editore, 2019, a permeare gli oggetti e le figure, i luoghi, gli spazi e i contorni dell’esistenza, atteso che il poeta non cerca, con le parole, il diletto di seduzioni intellettualistiche, ma tende a tirar fuori da esse, all’interno della struttura teleologica del suo discorso poetico, la bellezza della verità, e considerato, inoltre, che – come afferma lo stesso Damian – “… quando le parole / ostruiscono la verità / si spegne la primavera sulle dita / come di notte / gli anelli dorati”, in “E quando”.
Stefan Damian, docente di letteratura italiana presso il Dipartimento di Lingue Romanze dell’Università Babeş-Bolyai di Cluj-Napoca, ha alle spalle un solido itinerario letterario e culturale che ha visto la pubblicazione, oltre che di sillogi poetiche, anche di romanzi e volumi di racconti, come pure di numerosi saggi scientifici e di testi di traduzione in romeno di opere di poesia e narrativa di grandi autori della letteratura italiana, da Dante a Montale, a Grazia Deledda, Federigo Tozzi, Anna Arslan, Michele Prisco e Dino Campana. E’ anche componente dell’Associazione Internazionale dei Critici Letterari, con sede a Parigi.
Il titolo di questa recente raccolta di cui ci occupiamo, addensa in sé molteplici significati; il poeta utilizza il lemma “ grido”, che è il risultato di una dimensione reattiva rispetto a pensieri, emozioni, stati d’animo, fatti e accadimenti in un quadro di bene e di male; il “grido” di Stefan Damian appare l’esplosione di una voce che mi fa venir in mente quel dipinto del pittore norvegese Munch, “l’urlo” del 1893, del quale lo stesso pittore racconta la genesi: « Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo… Mi fermai e guardai al di là del fiordo, il sole stava tramontando, le nuvole erano tinte di rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando. Questo è diventato L’urlo ».
Damian è un poeta che “si ferma e guarda” per ascoltare, per cogliere l’urlo che è dentro le cose, la natura, la condizione umana; il suo è il “grido” di un uomo che attraversa il mondo e l’esistenza con la lanterna accesa alla ricerca della verità, affidando ai suoi “versi/ sempre più pieni di vento/ esacerbato dall’età…” la possibilità di farsi ascoltare, perché dentro di essi si “…cela/ un vulcano che vorrebbe esplodere,/ ma che rantola semplicemente”.
Il grido , insomma, costituisce il filo conduttore che unisce tutte le linee di movimento di questa raccolta, le quali convergono nell’unità di un linguaggio a tratti anche complesso, in altri casi pungente, in altri ancora ombrato di nostos, come, ad esempio, nella lirica “A vent’anni”:

A vent’anni
le speranze scivolavano sotto i tigli
scuotevano le fronde
col battito spasmodico dei cuori!

Il vento ti porgeva gli abiti
da indossare ogni giorno
e la vita imprimeva
un segno curioso sul viso
tra le sopracciglia
incapaci di accogliere
la sua dissodata intelligenza.

Rimaneva
la perfezione dell’inutilità
ti avvolgeva come un corpo
troppo stretto
per i sogni che ronzavano.

L’io poetante di Stefan Damian opera, certamente, una ricongiunzione di tempi; quello trascorso, divenuto oramai “una rete di muffa sfilacciata”, e quello presente, ove egli stigmatizza, con parole mordaci e punzecchianti, le contraddizioni dell’amicizia e l’interscambiabilità tra bene e male : “… Ero tanto convinto / che da un lato stavano gli amici / e dall’altro i nemici / e rimasi sconvolto / quando scoprii che tra bene e male / non c’era alcuna maledetta valle”, in “Incertezze”; il poeta evoca anche l’incomunicabilità fra gli uomini, alza il suo grido per la diffidenza trascinata nella quotidianità, e che lo fa sentire “un meticcio del vocabolario / dell’esistenza” , “uno ‘struzzo – cammello’”:

La tempesta delle parole aggredisce la vitalità.
Non so come prenderla: sempre
incerto nell’intreccio
tra le parole materne
e quelle apprese per anni.
Così mi sento un meticcio del vocabolario
dell’esistenza
sono uno ‘struzzo-cammello’
termine preso in prestito dal geniale Cantemir
il malato principe delle lingue
e trascino per il mondo
un’indifesa diffidenza.
( Diffidenza)

Quella di Stefan Damian è una poetica in cui la parola si fa dunque specchio della realtà, divenendo percezione del travaglio del mondo, in apparenza privo di significato e di senso. E così il poeta raggomitola amaramente le proprie incertezze( “…Ho vissuto tante incertezze / da bastarmi per un’intera vita / attaccato al palo inclinato / che divide il mondo, in “Incertezze”), quindi rivive un dualismo metafisico straziante (“…Soffriva una parte di me. / L’altra gioiva / favori incerti / sempre in profumato ritardo…”), fino a disegnare, mediante un’analogia che ricorre al “vento (che) gioca a ping-pong con le teste recise dei papaveri”, il dramma della guerra in Siria e in Somalia:

“…Lo stesso gioco
in Siria in Somalia
sui campi dove i fori delle granate
fanno sgorgare la morte
per dissetare i vivi.
Le teste sballottate
resistono un giorno
mentre il sangue benedice parole
sugli altari da dove
Dio è scappato
in cerca d’amore”.
(Gioco)

Quel che colpisce nei versi di questa raccolta è il linguaggio, che evoca situazioni, presenze, oggetti, figure; l’autore scava dentro se stesso, e la sua poesia è “il sapore alterato del grido” che si agita dentro l’ “io narrante”, dentro la natura e la realtà; è l’icona della condizione dell’uomo che vaga in solitudine nella società, avvinghiato nella propria autoreferenzialità gnoseologica e incapace di riconoscere gli altri: “Ogni giorno incontriamo filosofi / che sanno tutto / di tutto. Nelle loro arringhe / non c’è posto per noi / e non glielo chiediamo./ Ci interessa / essere spettatori / che alzano il dito per essere salvati…”, in “Parità”.
Come si può notare anche dalle citazioni già effettuate, tutta la struttura poetica di questa raccolta si affida ad un lessico allusivo e ad un circuito fono-semantico che, pur avendo modelli di riferimento, non corteggia correnti e tendenze, perché quella di Damian è una poesia autonoma, creativa, personalizzata, poggiata su una compenetrazione tra vissuto e osservazione, su trasparenze diverse di ambizioni e desideri che vogliono spiccare il volo, ma che si perdono e si scompongono lentamente dentro i colori della mente : “…La pagina di quaderno contorta / è pronta a spiccare il volo / con tutti i segni / compressi / della mano ormai senza linfa…”, in “Pagina”).
Anche i ricordi, i momenti affettivi, i “sentimenti arrugginiti”, le “sensazioni” e “l’intero flusso / di speranze svanite” che attraversano il cuore del poeta, convergono nella riflessione sulla condizione di un mondo diviso, fragoroso e smemorato che egli sbriciola nell’anima perfino quando è intento a dialogare con una lucertola che “Si muove / con dignità di principessa / orientale”. Quasi alla stregua del Saba di “Quasi una moralità” ove il poeta triestino dialoga con i suoi passeri, Damian interagisce con la lucertola, la osserva, riflette, quasi come davanti ad una presenza umana; e se Umberto Saba trovava gratitudine nei “neri occhietti dei passeri” che guardava, Damian osservando la sua lucertola scrive:

“… Mi guarda: nei suoi sguardi
sono un punto fisso. Forse
una minaccia
non troppo evidente.
Talvolta sussulta: si sente piena
del futuro nascosto
nella pancia che cova
la forma della mia calda paura”.
(Lucertola)

Stefan Damian imprime certamente ai suoi versi una profonda carica spirituale che sa di umanesimo, di cultura classica e anche di profezia; egli non ama reticenze, né edulcorazioni linguistiche, e la sua non è poesia di forma ma di immagini, simboli, metafore dalle quali si sprigiona sempre il “sapore alterato del grido”, anche quando egli stesso si mette davanti allo specchio: “Lo specchio mi guarda ogni mattina. Fa cenni./ È vivo della mia vita. / Qualche secondo prima / uno diceva: «Il giorno in cui / lo specchio non ti farà più segni…» / “Certo” pensai / anche lo specchio perde la pelle. / “Il suo argento si stacca / e porta con se pezzi di me. / Ma sono contento: / vivo / moltiplicato ancora / in tante vite / che mi sono state rubate”, in “Lo specchio”.
La voce di Stefan Damian, come abbiamo cercato di evidenziare sfogliando le pagine della sua silloge, ha il pregio dell’immediatezza, dell’unicità espressiva, e va diritta al segno con un linguaggio che all’apparenza sembra parlato, colloquiale, ma che, guardando in profondità, contiene dentro oscurità, l’ “oltre” di sapore montaliano, i segreti della coscienza collettiva , del vivere e dell’essere: una poesia, la sua, che è ricca di idee, di una poetica interna e di una sua filosofia e teologia:

“…Sentivo nella ferita del costato
il seme dell’albero della conoscenza:
e vi cresceva il grido differente
spingeva urtava martellava.

Senza accorgermi ancora
del corpo risucchiato dall’occhio aperto
in mezzo alla fronte avevo già imparato a morire
a poco a poco senza resistenza”.
(da: Conoscenza)

Questo “seme dell’albero della conoscenza” che campeggia proprio nella poesia “Conoscenza”, sembra riportarci al mito dell’Eden genesiaco, e diventare in Damian poetica dell’incomunicabilità universale, presa d’atto dell’affermarsi di un’ ontologia staccata dalla Trascendenza, dell’imporsi di un individualismo esasperato che porta il poeta a concludere: “…In questo mondo / disposto ad unire tutto / in una stretta avvincente e buia / solo noi restavamo divisi / dalle fascette / con tutta la pace dell’impossibilità / incisa come un segno di domanda”, in “Identificazione”.
Damian non cerca certo di entrare nel mistero del male, né affida alla sua poesia compiti morali o disquisizioni teologiche; anche se, in verità, di fronte alla violenza , al dolore, alla guerra tra i popoli , alle “teste sballottate( che) resistono un giorno”, egli rimane inquieto, affermando che “il sangue benedice parole / sugli altari da dove / Dio è scappato in cerca d’amore”, in “Gioco”.
Lo stato del poeta è, insomma, quello di chi si duole dinanzi al mostrarsi delle cose; egli passa dall’Io ermetico all’Io empirico perché il suo intento è quello di relazionarsi in universale con tutti gli uomini, con quegli uomini che “Sul palcoscenico a turno” vivono come “attori” che “interpretano vite / situazioni confuse / troppo evidenti per non essere ridicole…”, in “Exit”; con quegli uomini e quelle donne a cui “Manca / la speranza che raccoglie tutto / sotto il tetto che urla dolente”, mentre aspettano “ dentro col cuore in pugno / che la grandine vi porti la dolcezza di momenti / migliori. Lì serriamo – scrive il poeta – la luce della trave / negli occhi, in “La luce della trave”.
Stefan Damian riverbera , allora, nel “grido” la metafora del tempo del collettivo tormento interiore: e allora offre le sue parole come “orizzonte di specchiamento”; anche se si trattasse di “parole banali”, il poeta invita a guardarle come in uno specchio , e a prenderle in considerazione perché sono la rappresentazione di tutti i tempi: “E allora / le parole ti avvolgono – scrive il poeta – come la rete / ti tappano la gola / il residuo di una vocale / gorgoglia fin quando non diventa / un falco…”, in “Parole
Questa silloge poetica è davvero un mosaico di forte intensità semantica, l’onda di una voce che canta la vita nella sua altezza e profondità, nelle sue contraddizioni e bellezze interiori; Stefan Damian mette nel suo pentagramma il tempo, i ricordi, gli affetti, le aspirazioni, i mutamenti coscienziali, le distonie esistenziali, l’amore, la reciprocità , i suoi affacci spirituali e la sua fede religiosa. E’, insomma, un poeta di sostanza, che mette in accordo – direbbe Friedrich Schiller – lo spirito e i sensi; che si china sulla fragilità della condizione umana senza emettere giudizi, ( “…Chi è senza peccato / scagli la parola reboante / per le orecchie troppo abituate / a accogliere il vento della menzogna…”, in “Ritocco”); che si muove con dissenso “Nell’aria feroce / che ci avvolge”; che riveste di tratti lirici il suo rapporto con il mondo naturale quando si accorge che “Migrano le ultime foglie e le giornate / accolte con golosità dai sacchi / degli anni passati”, o quando “… anche i raggi del sole … Ci ricordano / Cristo con le mani già diventate croce / ad assaggiare dolorante / il coraggioso boccone di Eternità”, in “Eternità”.
Dunque un uomo, un cantore di verità recondite e palesi Stefan Damian; un poeta che sa dialogare con la vita ed anche con la morte, con la consapevolezza che “« La morte è un’opera d’arte / troppo elevata / per essere capita». / «Io mi limito a non interpretarla… »” – afferma l’autore , aggiungendo che “«È lei che ti capisce meglio di chiunque altro»” e che …ti abita / come fossi una casa / ereditata / dagli spiriti di sempre»”., in “Dialogo”.
Molto bello l’epilogo del libro che sembra essere l’antidoto al “sapore alterato del grido”, all’affanno e all’angoscia dell’esistenza, quasi una sorta di “veltro” di salvezza oggettivato nella “legge naturale”, quella che sa riconoscere il senso delle cose, che suggerisce alla coscienza che il bene è da farsi e il male da evitare, quella che invita a sapere “entrare nella vita” e a saper “fare i passi necessari”; quella che riesce a far maturare il senso della gratitudine.

Ti ho concesso il visto
per entrare nella vita.
Impara da tutti gli animali
e dalla natura
a fare i passi necessari
uno dietro l’altro
e non dirmi mai grazie
tanto il visto è a scadenza
limitata.
(Visto)
In questa silloge poetica, per concludere, Stefan Damian sa darci suggestive rappresentazioni simboliche dell’esistenza nell’unica immagine sinestetica del “grido”, ottenendo , direbbe il Flora, “una concentrazione verbale in un minimo di spazio e di tempo”; il suo corpus poetico è la traduzione di un viaggio interiore e spirituale ove tutto è percepito come un progressivo nascere e morire, sperare e gioire, ricordare e sognare; realtà, queste, che appartengono alla condizione universale dell’uomo, e di cui il poeta si fa interprete con una tensione morale verso la Verità, ove ciascuno – direbbe Damian – “attende sullo schermo l’immagine cara / le parla senza risposta / come parlasse a Dio”.

 

Di : Domenico Pisana

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