Chi ha notizie del mio vero presente, Liliana Fantini

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Prefazione di Silvia Longo

 

 

Chi ha notizie del mio vero presente, Liliana Fantini

 

Un’apparizione improvvisa, una visitatrice inattesa: cosí si manifesta la poesia a Liliana Fantini. La sua poesia personale intendo, quella che per convenzione chiamiamo musa. Bussa alla porta e da subito si presenta come ciò che rappresenta soggettivamente per l’autrice: suono, vibrazione, presenza educata – sebbene ancora scomposta – da decodificare. E cristallina – pura negli intenti – viene a colmare un vuoto (la voragine che si spalanca in certe solitudini), a svolgere un mandato
preciso con premura ansiosa.

“Invoca un posto
dentro le mie stanze”.

Questa poesia ha un compito di guarigione da portare a termine. Commovente l’urgenza di assolverlo che supera persino la fame dell’anima svuotata. Potente la sua furia e pure delicata. Un medicamento che cauterizza le ferite e poi le blandisce con unguenti profumati. Come la donna che lava i piedi di Cristo con le lacrime e li asciuga con i propri capelli questa poesia è coscienza di sé, assoluzione e viatico.

“Così fanno i poeti.
Attendono,
le mani bianche spalancate al cielo”.

L’autrice si prepara prima di abbandonarsi alla nuova esperienza. Cerca paradigmi di poesia nella natura stessa, nei cambi di vento, nella ritmica di un pentagramma. Necessita di rassicurazioni ora che deve affidarsi: come un navigante alle correnti,
come un fedele al suo Dio, come un’innamorata al proprio amante, come ogni essere vivente all’ennesima trasformazione che gli tocca sperimentare in virtù del continuo divenire.

“Fa’ che non sia
la pancia della balena”.

L’accostamento della propria avventura – umana e letteraria – a quella di Giona (la cui permanenza nel ventre della balena rimanda al sepolcro di Cristo, così come la successiva espulsione del profeta per bocca del “gran pesce” preparato per lui dal
Signore rappresenta la certezza di una nuova vita, l’uscita dal caos che acceca, il ritorno alla socialità) non stupisce e il paragone dovrebbe suonare incoraggiante: l’anima è sì una cavità profonda che ci risucchia al suo interno per indurre al raccoglimento, alla solitudine e al silenzio, ma poi ci fa balzare fuori come nuovi. Nell’autrice invece sembra prevalere a tratti il timore di un buio prolungato. O che subentri un’oscurità definitiva, che si possa morire di estraniazione e tornare all’utero. Alla madre. A un’infanzia, forse, ancora da rielaborare.

“Madre mia era il bosco,
superato il fosso oltre la strada
coi bucaneve
a inghirlandarmi il collo”.

 

 

Liliana Fantini- Cantautrice

 

Foto di Lorenzo Avico

 

Comunque si vogliano leggere questi versi è impossibile sfuggire all’idea di viluppo carnale, di chiaroscuro tra i fogliami (intreccio tra bene e male), di purezza deflorata dai fatti della vita che ci eleggono a sorelle delle nostre madri (anche se di loro siamo figlie): sorelle precoci nel soffrire prima ancora di comprendere. Superare l’argine dell’infanzia è sconfinare, è disobbedienza necessaria al processo evolutivo ormai intrapreso, è cercare altrove sapendo di aver perduto l’amore-matrice.

“Non è coraggio
attraversare il bosco,
solo abbandono”.

I versi che l’autrice dedica ai genitori – e in particolare alla madre – sono dunque perle di rosario (misteri dolorosi). Quelli che scrive per la figlia sono l’anelito alla bellezza che vi si specchia (misteri gaudiosi), canto gioioso della speranza in continuità di stirpe.

“Un tremito di voce
a nominare sangue di ogni bene.
Un moto ondulatorio
nelle vene”.

Perdersi di vista e poi ritrovarsi, collocarsi al centro della scena o tra le quinte in attesa di un cenno di riscontro (interessante in tal senso il verso che fa da titolo a questa raccolta – “chi ha notizie del mio vero presente” – che può essere letto anche come domanda e che rimarca la necessità del confronto con l’altro, con qualcuno che ci osservi dall’esterno e possa leggerci a chiare lettere). La poesia di Liliana Fantini ruota attorno a un continuo processo di consapevolezza – spesso doloroso, a tratti quasi infantile per attitudine allo stupore – che sempre diventa occasione catartica.

“Smurare questo chiodo
confitto dentro al petto
che sanguina lacrime”.

Procede per contrasti di luce e ombra e si dipana da polo a polo in alternanza di stagioni reali e epoche della vita, di cicli naturali e capitoli esistenziali.

“Indago la rugiada,
l’indovino in un’alba
che mi accoglie”.

Il tono si adatta con facilità all’occasione: questo immagino perché l’autrice attinge agli studi compiuti (umanistici, spirituali, di musica e di teatro) i cui insegnamenti, opportunamente assimilati e rielaborati, le permettono di risultare né accademica né neofita. Le poesie si presentano cosí perfettamente in bilico tra classicità e modernismo, in equilibrio tra l’osservazione incantata o disincantata dell’esterno e la speculazione interiore.

“Se mai c’è un senso
è qui
nel fiume che fioco fluisce”.

I versi si prestano altresí alla recitazione – oltre che alla lettura silenziosa – con un tono che sa farsi sommesso, sussurrato, confidenziale o squillante di voce alta a conclamare quanto l’anima sente per dirlo definito nei contorni e nell’essenza. Quasi a reclamare attenzioni dalla vita, dagli altri.

“Ma grida l’io,
non visto, trasparente
ingordo d’amore e di casti abbracci
privi d’interesse”.

Cosí è la poesia di Liliana Fantini: capace di raccontare la sofferenza e la gioia, la stanchezza e la spinta propulsiva alla vita, l’illuminazione e l’oscurità, il dramma e la leggerezza sfiorando i tasti bianchi e i tasti neri del pianoforte. L’elemento musicale si delinea da subito come necessario fondamento a una scansione ritmica del testo con la ricerca (azzardo trattarsi di sensibilità e talento naturali, ulteriormente amplificati dalla pratica della musica stessa) di assonanze, consonanze e allitterazioni, con l’uso di enjambement e sincope che obbligano il respiro a un passo lungo o breve, tachicardico o disteso a seconda del contesto.

“Il mare verde delle mie ossa
se ne infischia
degli anni in scorrimento.
Basta un sole d’aprile
a rinsaldare suture fragili,
argini in smottamento”.

Sebbene spesso lo spunto scaturisca dall’osservazione delle piccole cose (fiori, tralci di vite, animali, movimenti lievi di fronde, cieli tersi) e dalla fruizione di gesti, odori, suoni, sguardi e parole d’altri, qualcosa di maestoso vibra tra verso e verso. Un richiamo alla propria regalità di donna, di femmina carnale, di essere senziente conteso tra forze opposte e al contempo parte di un disegno più grande.

“Ovunque è il posto giusto.
Sono regina.
Il viaggio è frammento d’infinito”.

Le tematiche trattate suggeriscono una ricerca incessante di significato a questo stare, di giustificazione agli eventi e alle conseguenze che riverberano nel cuore – scavo sincero di un’anima senza filtri, palpitante – fino al compimento preciso di senso, sino al combaciare delle schegge in cui siamo tutti frazionati. Noi specchi infranti (come
nella poesia di John Donne), noi – per dirla come Emily Dickinson – piccoli pellegrini che cercano “il luogo chiamato mattino”. Sino a diventare ciò per cui siamo venuti alla vita.

Essere sé
per il giorno intero,
la lancetta complice
a giro
senza affanno.
Giungere a sera
con l’energia di un bimbo
e sul piatto
crollare come un sasso
per destarsi più giovani
di ieri.
Se stessi,
con labbra inclini
a declinare il riso.

***

L’odore dell’acqua confonde
da tremula sponda.
Non distinguo il mare, il rivo,
il fiume di casa.
Gabbiano in penombra.
S’acqueta nell’ansa del cuore
il tremore d’ansia
che prima smarriva.
Un attimo ancora
ché possa riempire
il mio vaso di linfa,
tornare più salda alla stanza.
Ancora
decide la vita.
I panni distesi nell’acqua.

***

Dalla galassia
la suggestione è un’altra.
Una briciola parrebbe esagerata.
Alfine siamo meno di un granello.
Ho inviato lì – nel firmamento –
un frammento di cervello
a esplorare,
a sviscerare la genesi del male,
sentire l’abbandono della madre
nel mare planetario di abbandoni.
La visuale incommensurabile
riduce il tutto infinitesimale
e il viaggio di ritorno è più felice.
Se solo ricordassimo
che siamo un puntolino nello spazio

***

Se mai c’è un senso
è qui
nel fiume che fioco fluisce,
silenzio di sassi a brillare,
diamanti specchiati.
Qui
tra i giunchi che danzano muti
e staccano foglie alla brezza,
capelli che cadono in fretta.
Qui
nel fermo concerto di suoni
di rive, di ali, di cuori
che stanno,
senz’altro volere.

NË SHKOLLËN 9-VJEÇARE “DORA D’ISTRIA”: LIBRI, DHURATA MË E ÇMUAR… -Pasurohet biblioteka, me autorë në Suedi- / Nga: Prof. MURAT GECAJ

NË SHKOLLËN 9-VJEÇARE “DORA D’ISTRIA”: LIBRI, DHURATA MË E ÇMUAR… -Pasurohet biblioteka, me autorë në Suedi-   Nga:  Prof. MURAT GECAJ         Nxënës e mësues, në mjediset e bibliotekës…( E para-djathtas, drejtoresha Lumturi Vladi)     1. … Continue reading