Timore pre-elettorale

Timore pre-elettorale

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                         nga Gjergji Kajana

18/04/2013

Il Parlamento albanese, formalmente tempio della democrazia legale, ha aggiunto un altro tassello nell’opera di distruzione dello stato di diritto in Albania il 15 aprile, destituendo Muho, un membro della Commissione Elettorale Centrale, a due mesi dalle elezioni politiche del 23 giugno. La base giuridica della destituzione rimane – nella migliore delle ipotesi – dubbia, cosa che ha fatto si che Usa e Ue criticassero i democratici di Berisha sulla legittimità di quest’iniziativa. La maggioranza ha sostenuto la necessità del riequilibrio politico nella Commissione (un organo formalmente apolitico) dopo che il partito di Ilir Meta ha abbandonato la maggioranza governativa, procedendo alla sostituzione di Muho con un membro di un partito alleato dei democratici. Meta ha definito il Parlamento “una banda di diversanti”. Il giorno dopo si è dimesso il vicepresidente della Commissione, il socialista Denar Biba, che ha denunciato l’uso politico della Commissione dai governativi. E’ chiaro che questi sviluppi, accompagnati dal silenzio accondiscendente del Capo dello Stato, nuocciono almeno alla buona reputazione del processo elettorale. Essi sono stati visti negativamente da Washington e Bruxelles, i più grandi partner internazionali di Tirana.

Ormai le elezioni del 23 giugno sono fortemente da temere come portatrici d’instabilità politica per il paese. L’azione dei governativi in Parlamento rafforza logicamente l’idea che essi non sono propensi all’eventuale transizione pacifica dei poteri nel caso l’opposizione dovesse vincere le consultazioni e che potrebbero usare come barca di salvataggio la Commissione, in maggioranza composta da membri eletti tra le file democratiche e dei loro alleati. L’esperienza fallimentare dei standard democratici non raggiunti nelle precedenti elezioni albanesi non è stato tanto lo svolgimento del voto (anche se puntualmente caratterizzato da palesi irregolarità quali il voto familiare e quello “fantasma” di residenti all’estero) ma il conteggio dei voti e il processo d’appello. Nel 2009 i socialisti persero tutti i processi d’appello, scegliendo dopo la via delle proteste di piazza bagnate dal sangue nel massacro del 21 Gennaio. Lo stesso scenario di contestazioni non sembra logicamente improbabile quest’anno, visto che la fiducia dell’opposizione tutta (dai socialisti e metisti al “terzo polo” di Topi e Spahiu) nella regolarità del processo elettorale è palesemente nulla. Ci sono tutte le probabilità che le elezioni, anche nel miracoloso caso che non venissero segnate da visibili brogli e irregolarità, falliscano nel raggiungimento dei standard per la sfiducia politica tra i nemici politici. Sarebbe il classico “scenario peggiore” per il futuro dell’Albania, attualmente stretta nella classica paura pre-elettorale che la trafigge ogni 4 anni.

Da dove deriva questa paura pre-elettorale che potrebbe materializzarsi in nuove turbolenze politiche nei dintorni del 23 giugno? Sicuramente viene dalla mancata accettazione delle regole del gioco democratico dai politici albanesi, ma soprattutto dal ricordo dei disastrosi processi elettorali gestiti da Berisha&Co. nel lontano ’96 e nel recentissimo 2011 delle amministrative di Tirana, quest’ultimo giudicato all’unisono non buono (“The elections in Tirana were not good”) dagli euro-commissari Ashton e Fule. Il fatto che il premier albanese non abbia seguito i chiari consigli di Usa e Ue nel spostarsi dalla controversa votazione parlamentare sulla destituzione di Muho getta ombre giustificate sulla volontà del governo albanese di assicurare elezioni libere e trasparenti. Visto in un arco temporale più lungo, è da alcuni anni che Berisha procede contrariamente sulla scena interna albanese agli avvisi moderatori dell’Occidente. E’ ormai pubblicamente risaputa l’antipatia politica reciproca con l’ex-ambasciatore Usa Withers dopo i fatti di Gerdec nel 2008 e la difesa pubblica del ex-procuratore generale Ina Rama fatta dal diplomatico quando i democratici volevano destituirla. Nella crisi pre-21 Gennaio sia il Consiglio d’Europa sia l’Europarlamento chiesero l’indagine parlamentare sulle elezioni politiche del 2009, cosa negata rudemente dai democratici. Nel 2011 la comunità internazionale chiese giustizia sui fatti del 21 gennaio ma due mesi fa la Corte di Tirana proclamò che le uccisioni dei manifestanti pacifici furono eseguite dalla Guardia Repubblicana nell’esercizio dei doveri legali di difesa delle istituzioni. Quest’anno l’eurocommissario Fule si è chiaramente espresso contrariato dalla decisione parlamentare di tenere, in una data da decidere, un referendum sulle leggi richiesteci dall’Ue nel processo di integrazione. Usa e Ue si sono chiaramente espresse anche contro i toni nazionalistici di Berisha, premier di un paese membro della Nato e storicamente uno dei più filo-occidentali dei Balcani nell’epoca post-Guerra Fredda. Tutti questi indizi fanno pensare che anche nel 2013 Berisha, un uomo forte di stampo non occidentale disattento a mosse politiche che potrebbero intaccare il suo dominio sulla scena politica interna (accettare l’eventuale sconfitta elettorale sarebbe una mossa per lui debilitante nell’attuale quadro albanese perché potrebbe aprire la gara di successione nel PD), sia rimasto lo stesso di questi ultimi anni e rivolga agli avvisi occidentali le stesse orecchie sorde. Una collisione con gli occidentali lo esporrebbe al ruolo di un Lukashenko balcanico, ma soprattutto ritarderebbe per altri lunghi anni il processo d’integrazione nell’Ue dell’Albania, già in stallo da 4 anni.

Che può fare l’Occidente per diradare la nebbia albanese? Continuare a pressare il governo ad organizzare buone elezioni e osservarle attentamente. Non c’è dubbio che sarà attento a farlo. Anzi si può già fiutare nell’aria politica che più che l’Ue saranno gli americani i più attenti politicamente alle elezioni albanesi. L’attivismo pre-elettorale dell’ambasciatore Arvizu è di tutt’altro tenore rispetto a quello di un Sequi o di un Wolfarth, i capidelegazione di Ue e Osce a Tirana. Una parte della stampa albanese l’ha crocefisso moralmente per aver definito Berisha un “uomo di stato” dopo il 21 Gennaio, ma sue forti dichiarazioni (“l’obiettivo del processo elettorale devono essere libere ed oneste elezioni”) alla vigilia del voto parlamentare su Muho e l’incontro con il premier precedente a questo voto dimostra che per gli Usa le preoccupazioni dall’Albania sono prese molto sul serio. E’ una buona notizia per gli albanesi, visto che l’opposizione è totalmente impotente ed esclusa dal garantire un equo monitoraggio del voto. Solo gli occidentali possono trattenere Berisha dal disattendere all’eventuale sfratto degli albanesi ai suoi danni, visto la sua macabra determinazione mostrata nella crisi del 21 Gennaio a trattare gli oppositori interni come un banda di hooligans.

Cosa possono fare gli albanesi per abbattere la paura pre-elettorale? Semplicemente esercitare il loro diritto-dovere di voto e partecipare alle elezioni come votanti. Il tasso di partecipazione è stato basso nelle ultime consultazioni, segnale incontrovertibile di uno sfiancamento della voglia di votare e della poca voglia di partecipazione politica in generale. È un segnale terribile per un paese di giovani, che vedono il loro futuro grigio a causa di malgoverno, corruzione e povertà materiale e spirituale. È un lusso logicamente inconcepibile che l’Albania, uno dei paesi meno sviluppati d’Europa, si disinteressi del suo futuro politico, lasciando la gestione della cosa pubblica agli attuali governanti chiaramente inadatti a guidarla verso una ripresa. Il 23 giugno è un’occasione che il paese deve acchiappare al volo per dimenticare le paure pre-elettorali e costruire un dinamico futuro post-elettorale.

 

 

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