“193 GABBIE” DI REZART PALLUQI / Rivista internazionale di lingua & letteratura

“193 GABBIE” DI REZART PALLUQI

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Recensione di «193 gabbie» (Ensemble, 2016) di Rezart Palluqi.

193 gabbie è il primo libro dell’autore albanese Rezart Palluqi ad essere pubblicato in Italia. Questo dimostra la sensibilità della casa editrice Ensemble verso una zona letteraria europea finora troppo ignorata dall’editoria italiana, in linea con la relativa ignoranza che l’Italia accusa nei confronti della storia albanese e della lunga dittatura di Enver Hoxha, nonostante l’Albania sia un paese vicinissimo all’Italia. Da questo punto di vista, la traduzione del romanzo di Palluqi diventa ancor più importante e necessaria, perché è con la dittatura, con la sua lacerante memoria e con gli strascichi di dolore che 193 gabbie fa i conti.

 

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La vicenda, narrata in prima persona dal protagonista, è quella di Ylli, che all’inizio dei fatti è solo un bambino, costretto a emigrare in Olanda con la madre a seguito del sequestro del padre operato dalla polizia albanese. Qui si adatta piano piano alla vita, frequenta una scuola di avviamento professionale e conosce una ragazza albanese (che in seguito diventerà sua moglie) con cui stringe fin da subito un rapporto piuttosto complesso. All’interno di Ylli brucia fortissima l’angoscia per il trauma subito, per la scomparsa del padre e per l’esilio forzato. Alla ragazza, che è una psichiatra e a volte si diverte a psicoanalizzare il protagonista, si legherà ulteriormente sulla spinta di un altro trauma e di una scoperta fondamentale: il padre di lei era il capo della Sigurimi, la polizia segreta albanese durante la dittatura. Nasce quindi il desiderio di scoprire qualcosa di più sul destino del proprio genitore, tanto più che negli anni della maturità di Ylli la dittatura ormai è caduta e i tempi sembrano idonei per andare a caccia di notizie sul passato.

 

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Rezart Palluqi

La traiettoria narrativa tracciata da Palluqi segue senza indugi una logica di impegno civile: il desiderio di dar voce a un orizzonte psicologicamente massacrato a causa della violenza della dittatura e di denunciare di conseguenza gli orrori del regime. Ma oltre a ciò, è soprattutto all’interno dell’oscurità emotiva che si orienta il lavoro dello scrittore, con una particolare attenzione concessa alle possibilità del narratore: è un narratore, Ylli, piuttosto inattendibile, sconvolto com’è da illusioni, paure e ossessioni di cui siamo diretti testimoni. La sua fragilissima resistenza mentale, messa a dura prova sia dai ricordi sia da un ambiente esterno particolarmente soffocante, rende la parola partecipe di questo delirio interiore e di questo senso di oppressione che si respira quasi in ogni pagina del romanzo (ben restituito dall’ottima traduzione di Iris Hajdari, che nel passaggio all’italiano ha perfettamente conservato quel senso di drammaticità e di tensione che muove la scrittura).

Ecco, proprio qui si trova uno dei temi più importanti: quello dell’oppressione, che come detto non è solo derivante dall’ambiente esterno (la dittatura, le persone, i rapporti umani), ma anche da una debolezza interiore che dialoga ininterrottamente con ciò che è fuori. Le 193 gabbie evocate dal titolo, che tornano in una poesia del narratore (che non dimentichiamolo è un poeta dilettante, e la Terra è definita la «patria di centonovantatré gabbie»), alludono a un sentimento assoluto, globale di oppressione. La patria è una gabbia (e si pensa appunto all’Albania), il matrimonio con una moglie ambigua che non si capisce a che gioco sta giocando è una gabbia, i rapporti umani in genere sono una gabbia, il ricordo è una gabbia (e l’immagine paterna si colora di amore e odio), il tempo stesso è una gabbia: tutto diventa gabbia, persino i sensi umani che costringono a percepire la realtà.

A proposito del padre e del tempo occorre fare qualche considerazione. La ricerca del padre è un’altra delle costanti del libro: al dolore per l’allontanamento forzato del genitore corrisponde la ricerca di altre figure paterne (su tutte Mustafa). Ma a sua volta Ylli diventa padre, quindi lui stesso si trova a dover occupare una casella che cerca di riempire disperatamente. Al tempo, invece, è rivolto un sentimento di odio in quanto categoria e dimensione cui nessuno può sottrarsi e a cui tutti devono sottostare, volenti o nolenti. Dice l’autore: «Sì, era colpa del tempo, di quelle dannate lancette che girano inesorabili sul quadrante dell’orologio. Sulle loro punte sono inchiodate la felicità e il divertimento. Peter era simile a me, andavamo d’accordo, ci capivamo alla perfezione, così come il mio cuore comprendeva quello di Mustafa senza bisogno di parlare. “Il tempo e la religione sono i nemici del nostro secolo;” pensai “il tempo incastra l’uomo nel proprio cerchio e non lo lascia gioire dei momenti trascorsi con gli amici, la religione invece confonde la mente e carica l’animo di odio”. Non sapevo come sarebbe andata a finire, tantomeno come fare per uscire da quell’inferno. Avevo perso due amici e avevo il terrore di restare solo, in fondo mi piaceva stare tra la gente». (p. 112).

Come già accennato, anche la patria è una gabbia: quella patria da cui il protagonista è stato costretto ad allontanarsi e quella nuova, l’Olanda, che non è sua, ma in cui si trova a vivere. Ogni esaltazione del concetto di patria scatena la rabbiosa ilarità di Ylli: il cantare la bellezza della propria terra e definirla la più bella del mondo – come fanno i poeti peggiori – è assurdo visto che tutte le patrie sono «bagnate dallo stesso sole» (p. 122: un vago sentimento di uguaglianza e di cosmopolitismo illumina le idee del protagonista) e visto che la patria, appunto, è una gabbia, la più subdola delle gabbie, perché da esse non si vuole scappare, e se anche dovesse capitare si desidererebbe tornarci immediatamente.

Un sentimento, quello dell’oppressione, specie quando è rivolto alle nazioni d’origine, che trasuda ambiguità, come del resto quasi tutto nel libro. Uno dei punti centrali del romanzo, a partire dall’inattendibilità della voce narrante di cui sopra, è proprio l’impossibilità di abbandonarsi alla verità. Niente è come sembra e le apparenze sono insidiose quanto mai. Patria, amore, matrimonio, amicizia: parole che ispirano sentimenti positivi ma che in realtà diventano prigioni; alla stessa maniera molti personaggi si comportano in maniera contraddittoria: i nemici si rivelano amici e gli amici hanno qualcosa da nascondere.

Sarebbe troppo facile parlare di regime nei termini di una guerra contro un mostro (il dittatore), di un semplice e netto confronto tra bene e male. La lotta contro la violenza del passato si materializza direttamente nel presente, lasciando ampie cicatrici nella testa delle persone e travolgendo senza pietà ogni esperienza che si è disposti a vivere.

 

 

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