Poesie di Antonio Stramaglia

Antonio Stramaglia

 

 

Inequivocabili sguard

 

La tua bellezza

è  poesia;

le tue labbra

sono colorate

d’emozione;

le tue chiome

sono auree

come i miei versi;

il tuo sguardo

mi parla d’amore

così come

interpreto il

mio cuore.

E t’amo in tutte

le pagine

del tuo essere,

un capolavoro.

 

 

Orfano di affetti

 

Chissà se ricordi

ancora il mio

insistente vagito;

il mio prematuro

canto

sul palcoscenico

del nostro nido;

l’armonia delle

notti e delle stanze

a festa.

Tu eri sulla sedia,

senza riposo,

in un angolo sedotto

dalla luce fioca,

com’erano smerdaldini

i tuoi anni,

ricordo il tuo

viso senza solchi.

Chissà se la tua

mente

ha ancora spazio

per me;

ora che sono

un ceppo fiorito;

ora che i miei

desideri sono

appagati;

ora che tu mi

lasci orfano

di affetti.

 

  

Il patto eterno

 

L’amore parla

la stessa lingua

del cuore.

Un dialogo

dolce come

il verso delle

tortorelle;

come una

preghiera;

al sapore dei

primi frutti

a Primavera.

E senti il respiro

tuffarsi

sulle ansie morbide

ed inesperte;

senti i desideri

capricciosi

come vagiti

di onde sonore,

di sospiri,

ansanti trotti

di palpiti

e s’allena la

passione,

il frutto tropicale

della spiaggia

d’amore.

Ed anche l’amore

ha le sue

incomprensioni.

Interpretazioni

confuse

ed illogiche,

il cuore non

comprende,

sa parlare il corpo,

sanno difendersi

le mani,

tradire,

fingere,

cedere al richiamo

della carne

senza mai capire.

Quanti errori

si commettono

per un amore

che non hai amato!

Sopporti,

cerchi un domani

diverso

forse intenso;

credi di cambiare

la realtà e di

raddrizzare come

un filo spinato,

uno stelo di rosa,

una strada insieme.

L’amore è ben

altro che sofferenza;

L’amore è il

motivo dell’esistenza,

il patto eterno

tra anima e cuore.

 

 

 Tramonto

 

Ti seguo, nella

scia tradotta

dal tramonto;

umile linea

ricurva d’orizzonte,

nel tratto breve

della mia vita,

immersa nel

nulla,

sullo scoglio

tenace come

un padre,

vissuto,mi

sorregge.

E  la forza alita

sul mio epidermide,

l’ira salmastra

che piano asciuga

la lacrima

che perduta scende;

ricade sui miei

affanni

e brucia il mio

patire

come chiodi sulle

mani;

come ferite del

costato

e abbandonando

il mio urlo

all’immenso,

chiedo la

presenza del

mio Signore,

implora la mia pace.

 

 

A me stesso

 

Ho dialogato

tutta la notte

con me stesso;

ero nel ritaglio

bruno della mia

stanza,

tra la poltrona

lieta e

la madia coperta.

Ho chiarito

le mie incomprensioni,

ho creduto

nella fiducia,

nella fine di un

dissidio.

E al primo raggio

mi ha lasciato,

mi ha lasciato

l’anima mia alla

sorte,

per provarci

con la mia debolezza,

ma ho preferito

il distacco,

l’altra mia assenza.

 

 

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