UN RAGAZZINO TERRIBILE / Di QANI KELOLLI, NAZARENO CAPORALI

UN RAGAZZINO TERRIBILE
 
Di QANI KELOLLI, NAZARENO CAPORALI
 
 
 
NATO PER ARRIVARE LONTANO
 
( La vera storia, che è ormai leggenda, di colui che diventò un artista del narcotraffico mondiale.)
 
Nella primavera del 1991 Lushi Kaja era un ragazzo abbastanza alto per la sua età, con i capelli scuri, magro, aveva appena compiuto quindici anni e aveva solo due ricordi di quando era piccolo: fame e sofferenza, non riuscendo a capire quale fosse predominante.
La fame era quella di un bambino che per crescere aveva bisogno di cibo e si doveva accontentare della brodaglia con due pezzi di verdura e del pane nero che i suoi genitori gli potevano dare. La sofferenza era quella di tutta la sua famiglia, per via delle vicende politiche. Erano tempi duri e difficili, molto difficili. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, in Albania erano andati al potere i comunisti, che oggi si potrebbero definire “duri e puri”, ortodossi più di Lenin. Chi era contro il regime era considerato un nemico del popolo, un kulak, e veniva incarcerato o mandato nei campi di concentramento, i cosiddetti campi di lavoro.
Suo nonno era un agricoltore e allevatore di animali e bestiame, e possedeva vasti terreni. Non era né un sovversivo né un nemico del popolo, era solo un lavoratore che non aveva fatto del male a nessuno. Ma possedere terreni e animali era l’indicazione, secondo il regime, della sua indiscutibile pericolosità. Possedere qualunque tipo di bene voleva dire essere pericoloso, nemico del popolo, contro la legge, da uccidere o, nella più fortunata delle ipotesi, da isolare.
L’azienda del nonno era stata confiscata al pari di tutti i suoi beni privati, e in tal modo era stata distrutta l’intera classe media del paese. Il nonno era finito in un campo di lavoro, e la famiglia era stata trasferita d’ufficio dalla città di Korça, vicina al confine, verso l’interno.
A Lushi avevano raccontato che la polizia era venuta una notte ad arrestare nonno Ismet; Avevano caricato nonna Ilmie e il figlioletto, che poi sarebbe diventato suo padre, su uno scassato furgone per portarli in un campo in attesa della destinazione finale.
Le famiglie degli arrestati venivano allontanate, soprattuto dai posti di confine come Korça, dai porti come Durazzo, o dalla capitale Tirana, e ammassate in campi di raccolta per essere poi mandate nelle periferie disastrate di alcune città centrali dell’Albania.
Nonna Ilmie e il bambino di soli quattro anni, dopo un anno di attesa al campo, finirono a Berat, una piccola cittadina. Fu assegnata loro come dimora una squallida catapecchia di un quartiere che raccoglieva già da molti mesi sfollati e famiglie di arrestati.
Chi era contro il regime, o anche solo veniva accusato di esserlo, veniva emarginato dalla società.
Il nonno fu condannato a trent’anni, ma trascorso un ventennio, la polizia disse alla famiglia di andarlo a riprendere, perché era morto: tra la fame, il freddo, il duro lavoro, aveva resistito anche troppo.
Il padre di Lushi era cresciuto solo con la madre, aveva studiato fino alla terza media e lavorava come operaio edile. Le ditte erano tutte statali, essendo stata abolita per legge la proprietà privata. Si era sposato con un’operaia tessile, ma erano costretti a vivere a Berat, sempre nello stesso quartiere di periferia, quello degli esclusi, che con gli anni si era ampliato e contava molte
migliaia di abitanti. Non si poteva avere un’automobile, sia perché non c’erano concessionari che le vendevano, sia perché una macchina sarebbe costata dieci anni di stipendio, e infine perché era vietato dalla legge: gli amici della patria e i veri figli del popolo andavano a piedi, o al massimo in bicicletta. Non ci si poteva spostare dalla città, ci volevano speciali permessi e autorizzazioni: si doveva spiegare perché si volesse andare in un’altra città, specialmente per quelle di frontiera per prevenire eventuali fughe. Le ferrovie erano di un paese del terzo mondo, i pochi pullman erano dei rottami, e quasi nessuno si spostava.
Il padre aveva raccontato a Lushi del mare, ne aveva un vaghissimo ricordo risalente a quando era molto piccolo e andava a fare il bagno vicino a Durazzo con suo padre.
Lushi era figlio unico e non aveva mai visto il mare, aveva solo letto dei libri in cui era descritto come un grande lago salato.
Ma non avendo mai visto neanche un lago, non sapeva bene cosa immaginarsi. La sua famiglia aveva acquistato la televisione solo due anni prima. Si poteva vedere solo il programma nazionale, che spiegava quanto si fosse fortunati a nascere e vivere in una nazione ricca e prosperosa come l’Albania, mentre in tutto il mondo la gente soffriva la fame sotto la dittatura.
Inoltre il regime sosteneva quanto il paese fosse ben attrezzato in caso di attacchi provenienti dal mare, in particolar modo da “quell’Italia fascista” così nemica del popolo albanese e dei suoi democratici padroni.
Lushi in realtà aveva qualche dubbio che il suo paese fosse proprio così ricco e prosperoso. Vedeva solo palazzi grigi e l’aria non era mai pulita perché la polvere si alzava dalle strade tanto che lui tornava a casa la sera con i capelli ispidi, e poi nell’aria c’era sempre un odore sgradevole che non si sapeva da dove venisse, forse dalle fabbriche di piombo che facevano le munizioni, forse da qualche raffineria di pitture, oppure da qualche porcile alla periferia di Berat. Era un odore che si sentiva praticamente dappertutto, che si era insediato anche dentro ai pochi negozi alimentari, e quando comprava il buk, il pane scuro nell’unico formato ammesso, quello di un grosso mattone, non sentiva quel buon profumo di pane fresco che si sarebbe aspettato.
Ma dalle parabole clandestine che captavano i segnali della televisione italiana non perveniva traccia di grande sofferenza nell’Italia “fascista”: i film erano bellissimi, i telegiornali parlavano con semplicità e raccontavano liberamente dei problemi, non c’era censura, le immagini mostravano città con gente allegra, le strade erano colorate e prive di buche ma piene di macchine, i negozi alimentari erano ben forniti, c’erano tanti negozi di abbigliamento con bei vestiti. Lushi capì in fretta che c’era qualcosa che non tornava nei discorsi del programma nazionale che sentiva in giro.
Il padre gli aveva insegnato le regole del Kanun, il codice arcaico albanese, che poneva al centro dei valori l’onore, la parola data, il rispetto per la famiglia. Erano valori che dovevano essere difesi a costo della vita. D’altronde nel suo quartiere aveva imparato in fretta che non poteva sperare che qualcuno tutelasse i suoi diritti, il coltello sarebbe stato il suo più fidato amico.
 
* * *
 
Il suo era un coltello speciale e unico, fatto per assicurare una morte certa, l’aveva ricavato da una baionetta di un fucile militare e lo portava sempre con sé legato al polpaccio, era di colore nero opaco e tutti i giorni lo lucidava con il dentifricio passato dal governo. Aveva la lama di oltre trenta centimetri, affilata su entrambi i lati; alla sua metà presentava una seghettatura di circa dieci centimetri che serviva per tagliare l’osso e la carne quando colpiva l’avversario, e poi proseguiva nuovamente con la doppia affilatura fino all’impugnatura. Due piccoli canali laterali servivano per far uscire velocemente il sangue, era fatta per uccidere. A dire il vero l’aveva usata una volta sola, e al pensiero gli si accapponava la pelle.
Con i suoi amici era andato una notte a rubare dei maialini nelle stalle dello Stato. Entrati dalla finestra, i ragazzi avevano già preso due cuccioli e li avevano passati ai compagni che stavano fuori quando improvvisamente un urlo li gelò: era la madre che stava venendo in soccorso dei suoi piccoli. La luce era poca, ma bastò per far capire ai ragazzi che quella scrofa li avrebbe sbranati.
Scapparono tutti dalla finestra, lasciando Lushi da solo con una scrofa di oltre duecento chili che lo stava per caricare. Con le spalle al muro, bloccato, immobile, Lushi giocò l’unica carta che gli potesse salvare la vita: estrasse al buio il coltello, lacerandosi il polpaccio e i pantaloni. La scrofa grugniva ferocemente, i suoi amici gridavano dalla finestra e Lushi urlava per la paura. Con il coltello proteso in avanti come unica e disperata difesa, Lushi fu caricato dalla scrofa, che nel buio della notte andò a conficcarsi la lama tra collo e spalla, sbattendo violentemente il ragazzo alla parete.
Lushi riuscì a rimanere in piedi mentre la scrofa, barcollando, iniziò a rantolare. Fu investito da un getto di sangue che lo colpì sul volto e sul petto. Le zampe della scrofa si erano piegate, lei era rimasta in equilibrio per alcuni secondi per poi stramazzare al suolo. Il ragazzo era rimasto sorpreso dalla potenza del coltello, i suoi amici arrampicati alla finestra gli domandavano se stesse bene e gli gridavano di muoversi, presto sarebbe arrivata la polizia. Lushi salì a fatica, ma una volta fuori si accorse che aveva lasciato nella stalla il suo coltello, e decise di rientrare, nonostante i suoi amici gli dicessero di non farlo. Si avvicinò alla scrofa, ormai immobile, e prese l’impugnatura del coltello, tirando con forza. Non lo spostò neanche di un centimetro.
Allora lo prese con entrambe le mani, ma nonostante ciò non riusciva a smuoverlo dal tronco dell’enorme scrofa. Mise un piede sulla spalla e l’altro sulla pancia, restando in equilibrio precario come un velista, tirando con tutte le sue forze. La seghettatura non consentiva una facile estrazione, opponeva una forte resistenza, ma lentamente cedeva, lacerando carni ed ossa.
Alla fine Lushi diede l’ultimo strattone, cadde a terra sbattendo il sedere e fu investito da brandelli di carne e vene, da cui usciva il sangue che si stava raggrumando. Si presentò dagli amici come se avesse fatto il bagno nella vasca di un mattatoio, con le gocce di sangue che gli colavano dai capelli e dalle orecchie, ma sorridente: aveva il coltello ben stretto in mano come un trofeo.
Scapparono tutti poco prima dell’arrivo della polizia.
Era ormai diventato consapevole che le modifiche apportate a quella baionetta erano micidiali, la persona contro cui avesse usato il coltello sarebbe morta in pochi istanti. Anche i suoi amici adesso lo sapevano, e la voce si sparse per il quartiere.
In tanti lo volevano comprare, in giro qualcuno addirittura lo chiamava “il coltello cobra” perché la morte era certa ed angosciante.
Lushi non se ne liberò mai e lo portò sempre con sé.
 
 
QANI KELOLLI, NAZARENO CAPORALI

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