L’immaginismo poetico di Ezra Pound e le sue influenze sulla poetessa Sylvia Plath / Yuleisy Cruz Lezcano

L’immaginismo poetico di Ezra Pound e le sue influenze sulla poetessa Sylvia Plath

 

Yuleisy Cruz Lezcano

A volte studiando un autore si conoscono altri, ed è questo che mi è successo con la biografia di Sylvia Plath (1932-1963), studiando la vita e la poetica di Sylvia Plath, ho imparato ad amare, anche, il poeta Ezra Pound, tanto amato dalla Plath.
Ezra Pound nacque a Halley negli Stati Uniti, nel 1885. E’ stato un poeta caratterizzato di un modo rivoluzionario di scrivere, di grande cambiamento. Pound ha giustapposto con maestria il poetico e il prosaico, ottenendo sottigliezze ritmiche e nuove espressioni metaforiche, con nuove forme verbali suggestive e simboliche.

Curiosità: morì in Italia nel 1972 e, fu anche in Italia, esattamente a Venezia, che pubblicò il suo primo libro di poesie: “A lume spento” nel 1908
Pound trascorse gran parte della sua vita in Europa. Nel 1943 venne accusato di tradimento dai suoi compatrioti e in seguito rinchiuso per tredici anni in un manicomio criminale presso Washington. Quindi la sua vita travagliata si riflette sulla sua poetica, caratterizzata da una vena lirica carica d’ironia e di sarcasmo.

 

Ezra Pound

Pound ha un lirismo che trascina, e con mente centrifuga sconvolge il lettore, dato il suo stile stravagante, disperato e complesso.

A seguito condivido con voi alcune delle sue poesie che hanno ispirato la poetica della Plath:

 

“L’ALBERO

Immobile fui un albero nel bosco,
conobbi la verità di cose mai viste prima;
di Dafne e della fronda d’alloro
e di quei vecchi sposi che festeggiano gli dèi
e divennero un rovere in mezzo alla brughiera.
Essi poterono compiere un tale miracolo
solo dopo gli dèi furono
gentilmente pregati a accolti
al focolare della loro amata casa.
Sono stato comunque un albero nel bosco
e ho inteso molte cose nuove che prima
parevano follia alla mia mente.”

 

“THERENOS

Niente più sospiri per noi.
Non ci turba più la brezza del crepuscolo.

Ecco i bei morti!

Non ardo più.

non più il frullìo di ali
che ronzavano nell’aria sopra di noi.

Ecco i bei morti!

Il desiderio più non ci tormenta.
Non tremano più le nostre mani
quando si incontrano.

Ecco i bei morti!

Non più il vino delle labbra,
non più la sapienza per noi.

Ecco i bei morti!

Non più il torrente
non più il luogo d’incontro
(Ecco i bei morti!)
Tintagoeal.”

 

“SUL SUO VISO ALLO SPECCHIO

O strano viso nello specchio!
O compagnia ribalda, ospite
sacro, o folle
sconvolto dal dolore, che risposta?
O voi moltitudini che lottate,
giocate e svanite,
scherzate, sfidate, mentite!
Io? Io? Io?
E voi?”

 

“RAGAZZA

L’albero mi è entrato nelle mani,

la linfa mi è salita nelle braccia,

l’albero mi è cresciuto nel petto-

fin nel profondo,

i rami escono da me come braccia.

Sei tu l’albero,

tu il muschio,

tu le violette carezzate dal vento.

Sei una fanciulla -alta così-

E tutto questo per il mondo è follia.”

 

“IL QUADRO

 

Gli occhi di questa defunta signora mi parlano,

perché qui c’era l’amore, non tale da essere affogato.

E qui c’era l’amore, non tale da essere cancellato dai baci.

Gli occhi di questa defunta signora mi parlano.”

L’opera di Ezra Pound mi è parsa grandiosa, multiforme, profondamente innovativa. Credo sia riuscita a demolire le barriere tra il linguaggio della poesia e della prosa.

A seguito riporto alcune delle poesie della Plath che, secondo me, hanno tratto ispirazione  diretta dalla poetica di Ezra pound:

 

“IO SONO VERTICALE

 

Ma preferirei essere orizzontale.

Non sono un albero con radici nel suolo

succhiante minerali e amore materno

così da poter brillare di foglie a ogni marzo,

né sono la beltà di un’aiuola

ultradipinta che susciti grida di meraviglia,

senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.

Confronto a me, un albero è immortale

e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:

dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,

alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.

Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.

A volte io penso che mentre dormo

forse assomiglio a loro nel modo più perfetto –

con i miei pensieri andati in nebbia.

Stare sdraiata è per me più naturale.

Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,

e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:

finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.”

 

 

“LIMITE

 

La donna ora è perfetta

Il suo corpo

 

morto ha il sorriso della compiutezza,

l’illusione di una necessità greca

 

fluisce nei volumi della sua toga,

i suoi piedi

 

nudi sembrano dire:

Siamo arrivati fin qui, è finita.

I bambini morti si sono acciambellati,

ciascuno, bianco serpente,

 

presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.

Lei li ha raccolti

 

di nuovo nel suo corpo come i petali

di una rosa si chiudono quando il giardino

 

s’irrigidisce e sanguinano i profumi

dalle dolci gole profonde del fiore notturno.

 

La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso,

non ha motivo di essere triste.

 

E’ abituata a queste cose.

I suoi neri crepitano e tirano.”

 

 

“MONOLOGO DELLE 3 DEL MATTINO

 

È meglio che ogni fibra si spezzi

e vinca la furia,

e il sangue vivo inzuppi

divano, tappeto, pavimento

e l’almanacco decorato con serpenti

testimone che tu sei

a un milione di verdi contee da qui,

che sedere muti, con questi spasmi

sotto stelle pungenti,

maledicendo, l’occhio sbarrato

annerendo il momento

che gli addii vennero detti, e si lasciarono partire i treni,

ed io, gran magnanimo imbecille, così strappato

dal mio solo regno.”

 

“SPECCHIO

 

Sono esatto e d’argento, privo di preconcetti.

qualunque cosa io veda subito l’inghiottisco

tale e quale senza ombre di amore o disgusto.

Io non sono crudele, ma soltanto veritiero –

quadrangolare occhio di un piccolo iddio.

Il più del tempo rifletto

sulla parete di fronte.

È rosa, macchiettata. Ormai da

tanto tempo la guardo che la sento

un pezzo del mio cuore. Ma lei c’è e non c’è.

Visi e oscurità continuamente si separano.

Adesso io sono un lago. Su me si china una donna

cercando in me di scoprire quella che lei è realmente.

Poi a quelle bugiarde si volta: alle candele o alla luna.

Io vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.

Me ne ripaga con lacrime e un agitare di mani.

Sono importante per lei. Anche lei viene e va.

Ogni mattina il suo viso si alterna all’oscurità.

In me lei ha annegato una ragazza, da me gli sorge incontro

giorno dopo giorno una vecchia, pesce mostruoso.”

 

Il prossimo 23 aprile alle ore 18, 30 vi attendo numerosi nell’Osteria La Copera 1945, in via Stella, 40; Arbizzano, 37024; Negrar, Veneto.

Per l’occasione ci sarà un reading poetico che avrà come argomento la vita e la poetica di Sylvia Plath, e come la sua poetica ha ispirato la mia, anche se abbiamo due modi diversi di concepire la vita. A volte due strade parallele confluiscono in modo casuale, ma la poesia è come la vita, fatta d’imprevisti.

 

Sylvia Plath

Ho scelto la poetessa Sylvia Plath per questa giornata d’intreccio poetico perché ho colto nella poetica di Sylvia Plath una propensione all’autoanalisi, all’auto osservazione, cosa che ho colto nella poetica di Ezra Pound e sento anche mia. Ho colto per caso in ogni suo verso una razionale analisi di sé e questo mi ha stupita, perché io lo faccio da sempre. Mi pare che il legame più forte che esiste fra la sua poesia e la mia risieda proprio nella forma mentis, e non a caso questa è un’eredità romantica ed io ammiro i poeti che praticano e credono nella polarità intrinseca nell’essere umano. Credo che ci sia qualcosa di più di quel che si percepisce intrappolato “nell’io materiale”. Credo che oltre alla ragione, dentro ciascuno di noi viva sommerso il “io più autentico”; credo che continuamente ciascun essere umano reprima e rimuova il vero sé: il sé che viaggia fra l’intuizione e la creazione, mantenendo fra queste due polarità un equilibrio perfetto. Oltre la realtà empirica, l’uomo è dotato di un potere immaginativo. Per esempio nella poetica W. Withman lui invoca il proprio “io reale” per esistere in modo fisico dentro i suoi versi. Per Eliot esiste una mente che crea, oltre a quella che pensa. In Emily Dickinson il conflitto si sposta tra un “io pubblico” conforme alle usanze e alle leggi della società e un “io segreto”, incandescente. Mi viene in mente la canzone di Cohen “My secret life” e studiando Sylvia Plath ho colto che per questa poetessa il doppio prende la forma oppressiva di un’ombra che lega, vincola, incatena. Tale fantasma potrebbe essere immaginato con le sembianze del padre, della madre, del marito o dell’immagine che si sente costretta a dare di se stessa. Quest’altra Sylvia: “La Sylvia ombra” vuole imporre la sua realtà e spesso entra in conflitto “L’io razionale” con “L’io irrazionale” perché secondo Sylvia Plath “l’esistenza è aggressiva, sensuale, brutale, ma l’ io resiste”.

Ammiro questa poetessa che ha lasciato, a un pubblico sempre crescente, un vasto corpo di testi tra prose e poesie, che la proiettano ben oltre la sua breve e tragica parabola vitale (morì suicida a Londra nell’appartamento che fu del poeta irlandese William Butler Yeats), testimoniando una costante ricerca e abnegazione alla scrittura. Un talento immaginifico e doloroso, che, sviluppatosi in pochi anni, ci ha regalato una voce a tratti esasperata/esasperante, ma unica e incisiva, capace d’incarnare in sé l’energia necessaria del fare poetico, quando esso diventa rivelazione dell’io e del mondo.

 

 

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