Musings on Claudia Piccino’s Poetry in The Stone Sphinx (Riflessioni sulla poesia di Claudia Piccino nella raccoltaSfinge di pietra) / By: Maja Herman Sekulic

 
 
Musings on Claudia Piccino’s Poetry in The Stone Sphinx
 
I have known Claudia Piccino for years as a distinguished Italian poet, an unstoppable and selfless international poetry promoter through her generous actions and her valuable translations of a number of books including my recent poetry collection, but only after reading twice her latest poetry collection, The Stone Sphinx, because its richness often takes reading and rereading, I consider her now my true sister in verse because of her preference for long dramatic monologues in the tradition of Robert Browning, monologues that is really addressing the other, “you”, the word and the world in a dialogue with itself and oneself but also very short, almost haiku-like, forms.
Her varied and far-ranging bilingual volume The Stone Sphinx includes a substantial selection of poems, each poem aflame with a different light cast on our prospects of life and death, love and hate, stupidity and wisdom. Her poetry allows itself to acknowledge the fears of inadequacy, insecurity, lack of freedom and inauthenticity that any poet today encounters more and more but is not always courageous enough to face and express. Claudia Piccino is brave enough to say in couple of poems to her dead father, to the world:
 
“…do not call me
look at me”
 
After reading The Stone Sphinx, I know that Claudia Piccino is a rarely gifted postmodern poet of brave and yet
soulful verses that show us the deepest scars of love hurts, betrayals and disappointments through her poetic “word” which is her “blade”:
 
I am glass
XXVIII
It is the word
My sharp blade.
It slits the chains
And crosses borders.
The silence weighs a lot more
On the one who is silent.
I become a word
And I fly in the sky,
Light and casual.
…”
 
The poetic word is thus her strength, the “wall” she tries to build around herself by her art that will shield her from the often hostile world. Yet, as a highly emotional and sensitive poet, a human, a mother, a daughter, a wife, a lover, a woman, Claudia Piccino yearns for freedom to escape the sphinx eternal smile, to take off masks, break the “silence”, shatter the glass, the wood, the wall, the stone, the marble and embrace the self and the world with open heart and arms.
 
 
Claudia Piccinno
 
 
Riflessioni sulla poesia di Claudia Piccino nella raccolta Sfinge di pietra
 
Conosco Claudia Piccinno da anni come una illustre poetessa italiana, una promotrice di poesia internazionale inarrestabile e disinteressata attraverso le sue azioni generose e le sue preziose traduzioni di una serie di libri tra cui la mia recente raccolta di poesie, ma solo dopo aver letto due volte la sua ultima raccolta di poesie, The Sfinge di pietra, perché la sua ricchezza richiede spesso lettura e rilettura, la considero ora la mia vera sorella in versi per via della sua preferenza di lunghi monologhi drammatici nella tradizione di Robert Browning, monologhi che si rivolgono davvero all’altro, “tu”, la parola e il mondo in dialogo con se stesso e con se stessi ma anche con forme molto brevi, quasi fossero haiku.
 
Il suo volume bilingue vario e di vasta portata, The Stone Sphinx, include una selezione sostanziale di poesie, ciascuna delle quali arde di una luce diversa sulle nostre prospettive di vita e morte, amore e odio, stupidità e saggezza. La sua poesia permette a se stessa di riconoscere le paure, il senso di inadeguatezza, insicurezza, mancanza di libertà e inautenticità che ogni poeta oggi incontra sempre di più ma non sempre è abbastanza coraggioso da affrontare ed esprimere. Claudia Piccinno ha il coraggio di dire in un paio di poesie al padre morto, al mondo:
 
“…non chiamarmi
Guardami”
 
Dopo aver letto The Stone Sphinx, so che Claudia Piccinno è una poetessa postmoderna rara dotata di coraggioso eppure i suoi versi pieni di sentimento ci mostrano le cicatrici più profonde di ferite d’amore, tradimenti e delusioni attraverso la sua “parola” poetica che è la sua “lama”:
 
Sono vetro
XXVIII
 
È la parola
La mia lama tagliente.
Taglia le catene
E oltrepassa i confini.
Pesa molto di più
Su chi tace
Il silenzio
Divento una parola
E io volo nel cielo
Leggera e disinvolta…
 
… “
 
La parola poetica è dunque la sua forza, il “muro” che cerca di costruire intorno a sé con la sua arte che la proteggerà dal mondo spesso ostile. Eppure, come poeta altamente emotivo e sensibile, un umano, una madre, una figlia, una moglie, un’ amante, una donna, Claudia Piccinno desidera la libertà per sfuggire al sorriso eterno della sfinge, per togliersi le maschere, rompere il “silenzio”, lei frantuma il vetro, il legno, il muro, la pietra, il marmo e abbraccia il sé e il mondo con il cuore e le braccia aperte.
 
 
 

Maja Herman Sekulic

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