Mariano Brull: l’orgoglio poetico di Cuba! / Di Yuleisy Cruz Lezcano

Mariano Brull: l’orgoglio poetico di Cuba!

 

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Di Yuleisy Cruz Lezcano

Oggi vorrei ricordare l’anniversario della nascita di un nostro poeta, poco conosciuto in Italia ma molto conosciuto nel mondo ispanico, il poeta cubano Mariano Brull (24 febbraio 1891_ 8 giugno 1956), Mariano Brull rappresenta il nostro orgoglio nazionale. Questo poeta nato a Camaguey (Cuba)per motivi famigliari viaggiò moltissimo, e credo che, grazie a questo fatto abbia potuto conoscere realtà diverse, anche se devo dire che la sua poetica è stata molto influenzata dal simbolismo francese, dalla Generazione del ’27 e dall’avanguardismo ispanoamericano. Ma ciò che rende Mariano Brull un autore di grandissimo interesse è che fu un apice ricettivo capace di accogliere tutto quello che, da Poe e Beaudelaire, fino a Verlaine, Mallarmé e Valéry, a Jimenez ed i suoi discepoli, e poi Huidobro, era stato pensato, teorizzato, discusso, scritto e diffuso.
La poesia pura di Brull non è soltanto il paradigma di una nuova estetica letteraria originale, spiazzante, distruttiva, ma è una forma di pensiero poetico che adoperara la qualità delle immagini che esprimono concetti vestiti di bellezza. Il suo modo di scrivere è sapiente e raccoglie l’eredità sacra, rivelatrice, frutto delle più grandi menti del passato; un cammino eternamente e auspicabilmente percorribile.
Brull è un degno rappresentante di un movimento poetico dell’arte per l’arte, dove la poesia, per sua natura indecifrabile, rimanda ad un occulto infinito, ad un’altra realtà inconoscibile con pienezza da parte dell’uomo, del poeta, capace di stregare. La poesia di Brull maschera dietro l’apparente semplicità dello stile un’acuta ricercatezza formale, che esalta la musicalità del linguaggio, come dichiara Verlaine nella sua Art poetique; o che sottolinea l’importanza di crearne uno nuovo, autonomo, basato sul suggerimento musicale dato da un’idea, racchiusa nella parola stessa, astrazione di una realtà concreta atta a produrre un effetto nel componimento e delle sensazioni nel lettore (Mallarmé). O ancora, come teorizza Valéry, una poesia espressa nel suo stato puro, primordiale, nella quale l’effetto puro si realizza mediante un processo selettivo-depuratore finalizzato ad eliminare tutti gli elementi prosaici, superflui; con Huidobro infine il rigore poetico, l’ansia d’infinito, e il tentativo di creare mondi autonomi, si condensano nel suo creazionismo, dove: ‘La primera condición del poeta es crear, la segunda crear, y la tercera crear’.
La lirica di Brull nonostante le sue radici ben salde, sembra come se si fosse emancipata dal proprio tempo. Le immagini navigano senza delle zavorre concettuali ed è per quello che possiamo usare il concetto di “poesia pura” con l’impiego delle immagini come puro gioco dell’intelletto, sotto una molteplice e ingarbugliata apparenza. Questo poeta tende ad emanciparsi dal hic et nunc, dal tempo psichico e dallo spazio concreto nel quale si produce la sua vita individuale; la poetica di Brull è un insieme di simboli d’arte combinatoria.
Il linguaggio della poesia pura, e con esso il pensiero che racchiude, vengono portati all’estremo con la jitanjáfora. Nata come conseguenza di un gioco infantile tra Brull e le sue figlie, l’omonima lirica rappresenta il culmine di una poesia che non solo adotta con frequenza i più diversi neologismi, ma che approda ad un intero componimento costituto da parole completamente inventate, intraducibili, che tuttavia presuppongono una creazione non fatta a tavolino: esse risalgono da sole fino alla superficie della coscienza.
Con la sua lirica, Brull, raggiunge il valore algebrico delle immagini, in modo disoggettivizzante, stemporalizzante, disumanizzato, senza tralasciare l’estetica. Si sa, oggi come ieri le immagini indicano intuizione e rivestono concetti, ma ogni intuizione è impossibile al margine dell’esperienza vitale di ogni uomo, e secondo me, è stata questa la vera intuizione di Mariano Brull: l’impossibilità per il poeta di percepire nettamente l’ineffabile che si trasforma nella sua poetica dell’assenza semantica dai risvolti nichilisti, nella quale è proprio la tensione che sorge nel gioco verbale ad esprimere l’inquietudine, creata dallo sforzo di comprendere l’ignoto.
I versi di Brull sembrano come ingabbiati in una prigione metafisica “mutatis mutandis” si potrebbe trovare un’analogia tra la colomba lirica di questo poeta, che vede il proprio mondo poetico cadere in pezzi e decide, quasi fosse un rimedio estremo, di trovare rifugio in una nuova, impenetrabile, gabbia se si fa un’analogia fra la poetica di Brull e gli argomenti trattati da Kant; si potrebbe dire che la poetica di Brull ben rappresenta la parabola della colomba, che sentendo sulle sue ali la resistenza dell’aria, sogna che nel vuoto potrebbe volare meglio. Così anche Brull ignora le leggi del proprio volo.
Indipendentemente da questa visione, la poesia pura di Brull rappresenta un immergersi in un luogo immacolato; un paradiso perduto dentro al quale esercitare la propria incessante ricerca; e provare, dunque, ad appagare la propria sete di scoperta.
Fra le sue opere di maggiore spicco voglio ricordare: ” Solo di rosa” e “La casa del silenzio”.
L’io igolatrico di Brull è umile rispetto al tutto, ed è qui che incomincia il dialogo dell’uomo con il suo tempo, senza pretesa.
Vi lascio con una sua poesia che purtroppo non ho avuto il tempo di tradurre, perché in Italia poche opere di questo poeta sono state tradotte.

DESNUDO (Nudo)

“Su cuerpo resonaba en el espejo
vertebrado en imágenes distantes:
uno y múltiple, espeso, de reflejo
reverso ahora de inmediato antes.

Entraba de anterior huida al dejo
de sí mismo, en retornos palpitantes,
retenido, disperso, al entrecejo
de dos voces, dos ojos, dos instantes.

Toda su asencia estaba �en su presencia�
dilatada hasta el próximo asidero
del comienzo inminente de otra ausencia:

rumbo intacto de espacio sin sendero
al inmóvil azar de su querencia,
¡estatua de su cuerpo venidero!”

 

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