Maria Teresa Manta, Il tempo del silenzio, Albatros, 2013 / Francesco Paolo Catanzaro

Maria Teresa Manta, Il tempo del silenzio, Albatros, 2013
 
Francesco Paolo Catanzaro
  
Poesia delle emozioni quella ricamata nei versi di Maria Teresa Manta. La silloge “il tempo del silenzio” è un viaggio emotivo, un itinerario emozionale di un’anima trasparente e limpida, che raccoglie i frammenti di ogni territorio interiore, da cui sgorgano sorgenti d’amore attraverso versi, che sono perle di una collana in eterna costruzione, che ogni giorno si auto- rinnova nel palpito e nel respiro della vita. Ma la sorgente trascina con se tutti i ricordi, che sono di gioia della maternità e di disperazione/ annichilamento per la perdita di un figlio. La voce non è più suono ma silenzio come quadro münchiano, che nell’immagine statica si origina l’urlo disperato quale strazio che racchiude il dolore del mondo e d’ogni singola madre. Liriche che trasmettono emozioni e sentimenti nella consapevolezza di riuscire a sintonizzarsi in ogni lettore sensibile e raffinato, che utilizza un linguaggio del cuore, eternatore di sentimenti umani. Cos’è la poesia nella Manta se non esternazione di un fatto cronachistico,  vissuto e scarnificato? I fatti  della propria cronaca esistenziale diventano pretesto per accensioni liriche, che portano a far intraprendere viaggi  onirici e fantastici, corredati dalla sinfonia delle emozioni, che carezzano, s’impossesso o penetrano l’anima di ognuno di noi. Il trascorrere del tempo ed il ritrovarsi ” chiuso nella tua canutaggine” mentre altrove si festeggia l’incalzare della gioia, riecheggia sensazioni leopardiane, che ripropongono immagini care al poeta recanatese ma che risultano interiorizzate dalla poetessa leccese. Il ritrovarsi soli a vivere i ricordi felici è vissuta come una vergogna che inghiotte ed atterra, risponde con dolore  alla trepidazione  passata con un ricamo di silenzi, che sono però un dialogo con la propria anima. La speranza del ritorno è in “Natale”, dove la madre è albero rinsecchito per la perdita del “dolce figlio mio”. Pianto carducciano , che precipita nella constatazione dell’assenza. ” Vuota la sedia e muti / i commensali/ a rimembrar di gioie passate”.
 
Maria Teresa Manta
 
La speranza non muore, però, perchè in “Tu sei l’amore” ” torneranno ancora le rondini/ e tra le crepe riempiranno l’aria intorno”. I ricordi sono speranze e macigni che portano alla scoperta e alla riscoperta dell’amore materno del portare ” per anni nel mio cuore/ amato tanto e lacrime m’hai dato” che sono urlo esistenziale,  quando ” A nome MORTE, impietosa e fredda, ci si ritrova” con il petto squarciato e con “sanguinante il cuore ” che “dilania trafitto/” ferma nelle”parole mute che gridano./ nel silenzio del nostro urlare : ADDIO FIGLIO, / TI AMIAMO!” Proseguendo nel cammino arriva una figura femminile  ” nel bianco abito” nel giorno del suo sposalizio, Raffaella,,avvolta da ” nere nuvole,/ nere come il nero del pianto/ e della disperazione. Viaggio verso la felicità  terrena e l’appagamento del proprio sogno o la fine del vivere, infine, nel viaggio di una mamma che riconosce di camminare verso il tempo e si ritrova umile nella sua uscita fuori di scena, “in silenzio/ accarezzando le mie nostalgie.” Ecco che il linguaggio diventa polimorfe e polifonico , quasi a cercar di veicolare la comunicazione dei propri sentimenti a più anime possibili e con mezzi espressivi differenti. Un cammino amplificato a più sottolineature emotive, quasi a riconoscere visioni del cuore differenti a diverse latitudini. Un cammino che finisce con un appunto, un cartiglio, che raccoglie il “sensus”delle emozioni della poetessa, che come in una visione lirica di tipo ungarettiano, riconosce i tormenti del proprio animo e vede il suo cuore come campo delle proprie emozioni vissute e conservate in ogni palpito d’amore.
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