RIME SPARSE -Il suono di due voci poetiche del Mediterraneo ( Poesie di Agron Shele e Claudia Piccinno ) / PREFAZIONE a cura di Domenico Pisana

RIME SPARSE -Il suono di due voci poetiche del Mediterraneo

Poesie di Agron Shele e Claudia Piccinno

 

PREFAZIONE a cura di Domenico Pisana
 
Una convergenza di sentimenti, di passioni e ideazioni attraversa, in modo quasi empatico, il genotesto di questa raccolta di Agron Shele, poeta albanese, e Claudia Piccinno, poetessa di origini pugliesi, dal titolo Rime sparse. Il suono di due voci poetiche del Mediterraneo.
Una convergenza che ha il respiro della mediter- raneità, ove identità diverse recuperano una vera e propria riflessione sul bisogno della riscoperta degli spazi di relazione storici e della loro fun- zione di “luoghi d’umano incontro” grazie al canto della Musa.
Un primo dato che accomuna la poesia di Agron Shele e Claudia Piccinno è, certamente, il rap- porto tra “tempo e ciclo della stagioni”. Si leggano, ad esempio le poesie di Shele “In riva al lago”, “Ot- tobre”, “Autunno a Tirana”; in quest’ultima, ad esempio, il verso si dispiega con toni malinconici dentro atmosfere crepuscolari. Il poeta si im- merge nella sua Tirana descrivendone i tratti au- tunnali, che da paesaggistici diventano anche metafisici e interiori: è l’autunno di una città “che si perde in un baleno, / tra le bollicine allungate su vetri cristallini, / tra le panchine abbandonate dal trambusto / tra gli alberi spogli fino all’oblio”; è l’autunno in una città “dai passi di un tempo” ove la “nostalgia dei tempi passati” diventa filo di
ricongiungimento con il presente dell’anima che, a differenza delle stagioni, non dimentica:
 
… L’autunno si dimenticò di te lago, Io no. Giunsi a te come facevo sempre,
scalzo,
per sentire di più la tua umidità…
(da: In riva al lago)
 
L’anima poetica di Shele stabilisce quasi un rap- porto dialogico con il senso dei luoghi, degli spazi, delle cose, dei ricordi, delle azioni, e costruisce un pentagramma di immagini (“foglie smorte”, “vento pazzo”, “vento furioso”, “uccelli (che) escono dal nido”, “notti in ritardo”, “il marcia- piede”, “la mattina”, “unghia nude”,) mediante il quale dà spazio agli impulsi del suo cuore evo- cando sogni “rimasti lì”. Si tratta di quel “li”, av- verbio di luogo, che troviamo nella poesia I miei sogni rimasero lì, che racchiude tutta la semantica di un messaggio poetico che ridisegna i tratti di un’esistenza che s’interroga con “Frammenti di parole” che “fanno tremare l’anima”:
 
Frammenti di parole fanno tremare l’anima… I miei sogni rimasero lì,
come tanti iceberg nell’immenso oceano. La mente al volo procede oltre,
verso altri cieli, verso “vie faticose”.
 
I miei sogni rimasero lì,
tra le notti primaverili, piene di stelle.
Briciole di emozioni fanno tremare l’anima tessendo un velo magico.
 
I miei sogni rimasero lì,
come l’effetto luminoso all’alba.
Con la nostalgia autunnale nel cuore e la tristezza delle gocce di pioggia…
 
La stessa dimensione interiore e relazionale tro- viamo riflessa nei versi di Claudia Piccinno, ove il tempo non è causalità ma “spazio dialogico”, den- tro il quale la poetessa arriva perfino a umaniz- zare, con tratti antropomorfici, un mese dell’anno:
 
… Il mese d’ottobre
mi ha chiesto perdono.
Lo fa proiettandomi su latitudini lontane.
(da: Al Gate d’imbarco)
 
E in questo spazio si fa strada anche lo sguardo contemplativo dell’autrice, che, ad esempio nella lirica “Novembre”, da una parte riporta sulla
pagina sensazioni emotive e stupefazioni del cuore di fronte al palpitare della natura nelle sue forme espressive( “Il bianco tulle” che riveste “il cielo di respiri amorfi”; “la farfalla infreddolita”; “il moscone che cerca rifugio”; “la corteccia di rami senza gemme”), dall’altra riesce a concentrarsi nel parlottare con i defunti mentre vive il suo “peregrinare tra le tombe / e l’upupa ride sommessa”, invitandola a “cercare altrove”:
 
… Lei lo sa che cerco invano voci e volti tra le zolle,
il suo verso mi dice di cercare altrove. Nella mia memoria,
nel mio solito incedere, nei pensieri dispersi
ho rivisto i miei cari.
(da: Novembre)
 
Agron Shele e Claudia Piccinno sono, insomma, due voci mediterranee che convergono nell’unità di un sentire poetico attraversato da domande di senso e cifre simboliste incuneate in atmosfere baudelairiane e presenze verlainiane; ciò emerge dal variegato significato simbolico di tanti lemmi poetici utilizzati con una certa insistenza sia da Shele, quali, ad esempio, “ tela” , “lampo”, “stella”, “onde”, “neve”, “foglia”, “lago”, “cigni”, “vento”,
“fiocchi e cristalli”, “gelo”, “mattini”, “radure” “crepuscoli”, “roccia”, “alba”, sia da Claudia Pic- cinno, quali, ad esempio, “magma”, “reticolo”, “rotte”, “oblio”, “timone”, “cielo”, “sole”, “fine-
stre”, “ombra”, “cirro”, “mare”, “colomba”, “ghiac- cio”, “specchio”, “stalattite”.
Entrambi gli autori, sostanzialmente, ricorrono a nuclei semantici ove la lirica e supportata da costruzioni simboliche che rimandano ad una realismo esistenziale, a stati d’animo, ad atteggiamenti interiori ben precisi. E se nel poeta albanese Shele trova corpo ora la malinconia nostalgica – (“…Ti cercai in tutte le tracce della vita
/ da qualche parte ti sei persa…/ Dove…? / Forse nella mia nostalgia / ti sei rifugiata in silenzio”, in Ritorno), ora il dolore per la scomparsa dell’amico Frederik Reshpa (“…Te ne andasti senza dire una parola, / stanco, sconfitto dal dolore. / Con il tormento di tua madre dai capelli brizzolati / per gli anni di sofferenza del figlio poeta. /; “…Te ne andasti lontano come il vento, / verso la pace eterna, trionfatore. / Con occhi di speranza verso il domani, / con l’anima sempre in volo…”, in Con l’anima sempre in volo) -, nella poetessa Claudia Piccinno si fa strada, in filigrana, la riflessione sulla solitudine del nostro tempo e sull’incomunicabilità che e il vero e “lungo inverno” che caratterizza la nostra Europa:
… Filtra la luce dal cirro
nell’interspazio di solitudini parallele.
Complice il mare a ovattare silenzi
agli sguardi del viaggiatore distratto che affaccia il naso da rotaie ruggenti per carpire profumi perduti.
Il recinto mi ricorda quanto sia lungo l’inverno nel cuore di questa nostra Europa…
(da: Rotaie ruggenti)
 
 
Agron Shele
 
Agron Shele è una voce che, con i suoi versi, canta il dolore di un mondo “lacerato”, “folle” e “cru- dele” ove l’uomo diventa “schiavo e padrone del suo destino”, ostaggio di contraddizioni che tu- multuano nei “cuori che battono per il predomi- nio”; il poeta, nell’ intensa lirica Apocalisse, dise- gna, ricorrendo ad un procedimento analogico e a richiami danteschi, le coordinate sociali dell’esi- stenza umana, dove tutto sembra essere una corsa insensata verso il nulla, verso la disgrega- zione ( “ … e continuiamo ad affrettare i passi in- sensati /verso qualcosa… o verso il nulla, verso l’alienazione…”), dove tutto scorre verso un pen- siero unico in modo ansioso e con “la mente in- torbidita”, e dove i sentimenti diventano una pri- gione e gli affanni corrono sui binari dell’irrazio- nalità:
… E corrono e corrono così i nostri affanni dalle lance e le spade
fino alle armi e le bombe
parole e leggi scavalcano i baroni novelli crociati
moderni inquisitori…
(da: Apocalisse)
 
Gli fa eco la voce di Claudia Piccinno quando scrive, in un verso della sua poesia Al Gate d’imbarco, che “l’amore resta la sola cifra dell’esistenza”; un verso che sembra quasi la risposta al bisogno di cambiamento di un “mondo lacerato e crudele”, e che connota e plasma delicatamente tutta la struttura della sua versificazione. E quale amore! L’ amore che va oltre il sentimento e che diventa reciprocita , relazione; l’amore che si fa accoglienza, dialogo, umilta , autocritica, abbandono nelle mani dell’Assoluto, del Perfetto, di un Dio che non e entita filosofica astratta, ma Persona che la poetessa invoca a mani aperte:
 
 
Claudia Piccinno
 
Amami nella mia imperfezione e nei miei errori.
Amami nella misteriosa inquietudine che si avviluppa alle mie radici.
Amami Dio
in ciò che ho di buono
e ancor più in ciò che ho di sbagliato
e liberami da un futuro remoto ingiusto e immeritato.
Amami nella rabbia che non trasformo in compassione,
nei gesti che ho frenato
per non oltrepassare la soglia verso la follia.
Amami e restituiscimi il candore di chi crede al futuro,
amami perché io non perda lo stupore del presente.
Amami perché io faccia pace col passato.
Amami Dio
perché nella beatitudine del tuo infinito io riposerò.
 
(da:Amami Dio)
Agron Shele e Claudia Piccinno sono due voci poetiche che portano dal non essere all’essere il respiro del loro tempo, idealità e spiritualità, so- gni e realtà; i loro versi sono “l’attimo sublime” del loro viaggio esistenziale, la custodia di silenzi sedimentati nell’anima, il palpito di vite umane che scorrono – afferma la Piccinno – come “…treno sui binari / che costeggia filari paralleli /di vitigni doc. /Ogni giorno ha il suo retrogusto / come i grappoli d’uva…” ; vite che sanno, certamente, in- terrogarsi nella coscienza e guardare ad occhi aperti la realtà, come sostiene Shele: “… Quanti cuori infranti, / Quante anime profondamente ad- dolorate, / Quante lacrime e quanto rammarico / Il grande incrocio si ferma.”
C’è tuttavia, qua e là, nella tessitura di questa sil- loge un orizzonte di speranza, c’è il superamento della rassegnazione e la capacità di leggere den- tro gli oggetti, le cose, le figure, i paesaggi, i volti, gli accadimenti e le incoerenze, con un penta- gramma tematico ricco di una parola poetica in grado di aprirsi alla trascendenza e di porsi in prospettiva dialettica rispetto – come fanno no- tare i versi della Piccinno – al senso di onnipo- tenza imperante nella vita sociale:
 
…ognuno ha il proprio ponte Morandi che crolla…
ognuno spera di essere Fenice per risorgere e librarsi in volo.
Intanto ci si schianta come Icaro
peccando di presunzione.
(da: Vigilia di Ferragosto)
 
Ciò che piace di questa raccolta poetica è anche lo stretto rapporto tra il melos e l’opsis, dove il melos è la musicalità del verso e l’opsis la rappresenta- zione di uno scenario umano, naturalistico ed esperienziale in cui i due autori si incarnano; ne nasce così una versificazione nella quale gli ele- menti visivi e quelli concettuali entrano in un rap- porto di sintesi, e le immagini poetiche riescono ad operare la fusione del concreto e dell’astratto, degli aspetti interiori e di quelli esteriori.
Ed è così che appare lo scenario di Claudia Pic- cinno, uno scenario nel quale la poetessa sceglie, spesso, di stare in silenzio (“… Posso stare in si- lenzio, / aspettare che il sole tramonti…; Posso solo stare in silenzio. / Non vale a nulla parlare. / Ogni parola mi muore in gola/ sicché scelsi di re- stare sola.”) per evocare figure come Pilato; per trasfigurare il foglio bianco in un “lenzuolo d’o- spedale /ove si spera / svanisca la pena / e si possa scrivere il futuro…”, e per rifiutare di “es- sere un bip / sul cellulare /da visualizzare e la- sciare in standby.”
Lo stesso processo associativo troviamo in Agron Shele, il quale, da un lato, porta sulla pagina, con un ritmo serrato di immagini, sentimenti intimi
(“Noi poeti! /… di parole e di dolori terrestri. / Anacreonti di giorni turbolenti. / uccelli di tem- peste in ribellione. / Noi poeti! /… di parole e di muse spirituali, / fiammate di passioni bruciate in alta quota. / Primule sbocciate al freddo”, in Noi poeti), e dall’altro esprime la concretezza della sua posizione di fronte al mondo e alla vita con una visione lucida e precisa della realtà e della storia.
Accostarsi, pertanto, a queste due voci poetiche del Mediterraneo è come entrare nello “scavo in- teriore” di due poeti che amano non l’enfasi ma il tono colloquiale, che sanno che la poesia è “ri- schio” e per questo contiene in sé la “vis propul- siva” per riscattare le fatiche e i limiti del cam- mino della vita. Lungo i versi della raccolta, si trova, del resto, un accumulo creativo e costrut- tivo di accadimenti, di situazioni, di sensazioni, di sguardi poetici, di denunce, nonché un “elotiano” intuire “l’intersezione – direbbe Luzi – del tempo con l’eterno”.
La dimensione poetica di Agron Shele e Claudia Piccinno non si affida a morfismi verbali – direbbe Gianfranco Contini-, ma si sostanzia sempre in versi misurati e sobri, in una linearità di sintassi e di aperture estetiche, ricorrendo a codici espressivi caldi ed intensi che altro non sono che le risultanze della loro vitalità meditativo-esi- stenziale. I temi della silloge camminano, infatti, nel solco di un poetare contemporaneo in cerca di nuovi orizzonti d’umanesimo, atteso che trattasi
di un poetare nel quale si trova – e prendo a pre- stito Vittorio Sereni – “la familiarità con le cose di cui scrive”, la “familiarità di cose viste e vissute”. E la materia creativa di questa silloge ne è la prova, se è vero che gli sviluppi lirici del dettato poetico mettono nel circuito della cultura medi- terranea non ideazioni rivisitate, ma frammenti di vita vissuta: affanni, delusioni, attese, incontri, sorrisi, speranze, sogni, introspezioni e preoccu- pazioni. Diciamo che ovunque s’ ode “il battito di due cuori”, custodito nella trasfigurazione delle immagini e affidato alla valutazione dei signifi- canti.
La poesia di questa silloge non è dunque, per con- cludere, ripetizione di artifici mentali, ma vi- brante tormento culturale, assunzione di respon- sabilità nel quadro di una struttura di sentimenti e atteggiamenti interiori che si connota come “co- scienza” soggettiva e intersoggettiva, e che con un verseggiare ora più lirico, ora più diegetico, ora più dichiarativo, riesce a disegnare la parabola di un percorso d’umanità ove Agron Shele stende la sua parola per continuare “a sfiorare il sogno can- dido/ nel domani, speranza e trionfo / nella pu- rezza, semplicità e grandezza”, e Claudia Piccinno dice a se stessa che “ Poche ore bastano all’amore
/ per accendere un cielo in una stanza / e quel sole brillerà dovunque.”
 
 
 
Domenico Pisana
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